FALLIMENTO LEHMAN BROTHERS 2008: COSA POTEVA AIUTARCI?

15 settembre 2008: come non ricordare il fallimento di una banca che fino a qualche tempo prima era considerata una delle colonne portanti della finanza americana, la Lehman Brothers.

Molta gente è rimasta scottata da quell’esperienza e da quella crisi, e tempo dopo le critiche principali sono arrivate soprattutto alle agenzie di rating che non solo si sono accorte troppo tardi della bomba che stava per esplodere, ma soprattutto valutavano con rating super sicuri aziende che di fatto erano quasi morte.

L’investitore medio però, forse avrebbe potuto utilizzare un’arma in più, qualcosa che effettivamente avrebbe, se non salvato completamente il proprio capitale, quantomeno potuto accendere qualche dubbio in più, e quindi evitare magari l’investimento in determinate società.

Sto parlando dei CDS, acronimo che sta per “credit default Swap”.

Si tratta di strumenti derivati, che hanno un funzionamento simile alle polizze assicurative (se fallisce un emittente, e tu hai un CDS, qualcuno dovrà rimborsarti della perdita subita).

Ora, riferendomi al piccolo investitore, non pretendo certo che nel 2008 tu avessi un CDS su Lehman (anche perchè il valore minimo di sottoscrizione è 10 Milioni di dollari), ma il suo andamento (soprattutto di quello con durata 5 anni, il più rappresentativo) forse poteva aiutarti nelle scelte di investimento.

Vediamo come…

Parto da un’immagine a mio giudizio importantissima:

var_table.jpg

CDS 5 ANNI PRINCIPALI BANCHE 2008 (FONTE: STATPRO)

Come puoi notare, tutte quelle linee rappresentano il valore dei CDS a 5 anni (nel 2008) di principali gruppi bancari (più alto è il valore del CDS più costa assicurarsi dal fallimento, quindi il titolo risulta più rischioso).

Notare come Lehman (linea rossa) inizi (insieme a Bear Stearns, anche questa in forte crisi ma a differenza di Lehman comprata da JP Morgan e quindi salvata) a deviare pesantemente da marzo 2008 in avanti, per staccarsi definitivamente dal gruppo nel mese di luglio.

Ora, nello stesso periodo (e qui sta il punto) i rating delle due principali agenzie (Moody’s e S&P’s) dicevano: A1 e A+

Ora giusto per farti capire, riporto di seguito la tabella con i rating delle agenzie menzionate sopra:

tabella-di-rating.gif

Capirai quindi che se guardando il “rating” Lehman sembrava solidissima, i CDS a 5 anni in realtà ci raccontavano una storia ben diversa, e questo non perchè le agenzie (o non solo) fossero brutte e cattive, ma perchè esistono delle differenze fondamentali tra Rating e CDS (ecco il motivo per cui un bravo investitore guarda entrambi):

RATING

CDS
FOTOGRAFIA ATTUALE, NON FUTURA DINAMICA IN OTTICA PROSPETTICA
SI ADEGUA LENTAMENTE AI CAMBIAMENTI DI MERCATO

SI ADEGUA ISTANTANEAMENTE AI CAMBIAMENTI DI MERCATO

Adesso capisci perchè se aspettavi di basarti sul rating, in verità stavi guardando una storia completamente diversa da ciò che il mercato (almeno quelli bravi) stava pensando, e quindi al taglio della torta non sono rimaste più fette da mangiare quando sei arrivato tu.

Adesso però hai letto questo articolo e non capiterà più, perciò attento e in gamba che al prossimo dolce saranno gli altri a doversi mettere in coda, non certo i Wallstreeters!

A presto

CHE RENDIMENTO VUOI DAI TUOI INVESTIMENTI?

L’altro giorno ho scritto un breve riassunto di tutte le anomalie finanziarie (di cui la maggior parte psicologiche) che contraddistinguono l’italiano medio emerse dal Rapporto Consob 2019 (trovate l’articolo QUI).

Torno oggi sul tema (in quanto lo ritengo molto interessante) analizzando un altro errore molto comune in particolare con riferimento al discorso dell’avidità.

Avidità per me significa voler fare tanti soldi e subito, pretendere di ottenere rendimenti migliori di quelli del mercato, e pretendere di poter moltiplicare il proprio capitale anche 3 o 4 volte nell’arco di poco tempo. Tutto questo, sia chiaro, lo vogliamo la maggior parte delle volte senza voler nemmeno rischiare.

A questo proposito parto subito con una provocazione, ovvero di tutti i siti che vedo, di tutti i “professionisti” che parlano, nessuno fa vedere i risultati sul proprio capitale (badate non mi riferisco a screenshot fasulli o presunti backtest o simulazioni che fanno intendere che i soldi siano tuoi, intendo fammi vedere proprio il deposito titoli oppure il portafoglio presso il tuo broker).

Perciò inizio con il dirvi che quando lanceremo nel mese di aprile 2020 la nostra sezione dedicata al mondo degli investimenti, in primis ci saranno i miei soldi e potrete vedere esattamente le operazioni che faccio sul MIO capitale (questo perché ritengo ci possa differenziare da tutta la fuffa che si trova sul web).

Tornando a noi, trovo sempre esilarante quando una persona promette rendimenti superiori alla media oppure qualcuno nella community mi chiede se riesco a performare più del mercato (che poi vuol dire tutto e niente, cosa intendiamo per “mercato”).

Poi ragiono sempre su una cosa: nel mercato esistono diversi operatori (tra cui Investitori retail o Istituzionali, come Banche ed Assicurazioni, fondi pensione) e numerose persone che fanno parte di queste società hanno alle spalle dei CV impressionanti, con studi in prestigiose università o esperienze lavorative di tutto rispetto.

Se ci pensate però, queste persone sono tutte in competizione tra di loro, tutte che cercano di arrivare “prima” su quel determinato trend, su quel determinato titolo, per battere il mercato. Tutti con delle analisi impressionanti e dati precisi al millesimo.

Tutto questo però è un gioco a somma zero e nella peggiore ipotesi negativa, altrimenti i fondi comuni ad esempio (gestiti da persone sulla carta molto competenti) batterebbero i loro benchmark spesso (invece 8/10 non ci riescono se consideriamo un arco temporale pari o superiore ai 3 anni, qui trovate i dati completi).

tabella.gif

% fondi comuni battuti dal Benchmark a 1,3,5,10 anni (fonte: Spindices) 

Quindi se una persona mi chiede “Francesco, ma quanto puoi aspettarti dai tuoi investimenti come rendimento annuale?”

E’ una domanda tipica (e sbagliata, come ho già spiegato più volte), ma in questo caso volendo rispondere a livello di aspettative, la più corretta è “il rendimento di mercato”, in quanto mi ritengo estremamente umile da non pensare di essere in grado di batterlo!

Perciò ecco cosa guardo: nell’immagine sotto trovate i rendimenti annuali di uno dei principali indici azionari (prendiamo ad esempio lo S&P 500).

sep.jpg

Performance annuali S&P 500 1827-2019 (fonte: Macrotrend)

Come potete vedere sopra, dal 1927 al 2019, il mercato ha avuto alti e bassi, e siamo passati a seconda dei periodi da un -47% del 1931 (tutti pensano erroneamente che il peggiore anno sia stato il 1929) ad un +47% c.a. del 1933.

Nel mentre, abbiamo avuto le seguenti caratteristiche:

  • 29/92 anni negativi
  • 2/92 anni a rendimento zero
  • 61/92 anni positivi

Ora, fermo restando che abbiamo già parlato dell’errore di tentare il market timing (beccare l’anno o il periodo migliore per entrare e per uscire non è possibile) resta l’altro errore di pensare di riuscire a fare meglio del “mercato” (l’indice S&P500 in questo caso) che mediamente ha performato tra crescita del valore titoli e reinvestimento dividendi un 9.075% annuo (non so voi, ma a me sta più che bene).

Quindi se qualcuno vi propone uno strumento “infallibile” per battere il benchmark, un portafoglio “dinamico” o una strategia per sovraperformare il mercato, ancora una volta, girate i tacchi e filate, anzi PRIMA gli chiedete di farvi vedere I SUOI SOLDI, IL SUO PORTAFOGLIO, e poi filate (perché tanto inventerà una scusa per non farlo).

Perciò vi do appuntamento ad aprile per il lancio della nostra nuova sezione dedicata agli investimenti ed alla formazione, nel frattempo resto a disposizione per i vostri feedback e per dubbi o domande sulla materia.

Alla prossima!

ITALIANI ED INVESTIMENTI: PERCHE’ LA GUERRA DI “AVENGERS INFINITY WAR” E’ MENO COMPLICATA

Devo ammetterlo, mi piacciono gli Avengers. Ma ancora di più mi piace quella scienza nata recentemente che noi addetti ai lavori  chiamiamo “finanza comportamentale” (per semplificare la psicologia applicata agli investimenti).

Nell’ultimo report della Consob, uscito qualche giorno fa, circa le abitudini di risparmio ed investimento delle famiglie italiane, emergono chiaramente incongruenze, contraddizioni, lacune, e perché no, opportunità in ambito finanziario.

Eh sì, perché se da un lato la situazione a livello di conoscenze è (diciamolo pure) drammatica, per una persona che ama le sfide come me ciò vuole semplicemente dire che ci sono decisamente dei margini di manovra e di intervento molto grossi.

Ma come sempre mettiamoci i numeri.

COMPETENZE FINANZIARIE

Sul campione di oltre 3.000 persone intervistate:

  • 21/100 non hanno alcuna nozione di base su Inflazione, rapporto rischio/rendimento/diversificazione, caratteristiche dei mutui, interesse composto) e un argomento avanzato in ambito obbligazioni
  • 2/100 sanno rispondere correttamente a tutto
  • 77/100 sanno correttamente 1 o 2 di questi concetti

Sarà forse per questo che 2/3 degli intervistati NON sono disposti ad investire in un prodotto che presenta una (seppur ridotta) possibilità di perdita del capitale (della serie voglio un rendimento sicuro, senza rischi, in breve tempo e con la garanzia di riavere i soldi quando voglio).

Il restante 1/3 degli intervistati invece è tollerante alle piccole perdite (permanenti o recuperabili nel lungo termine).

A livello di strumenti finanziari invece:

  • 30/100 non conoscono nessuno di questi prodotti (Conti correnti/fondi/azioni/obbligazioni)
  • 4/100 li conoscono tutti
  • 20/100 ne conoscono 3 su 5
  • 46 ne conoscono da 1 a 2

Questi numeri ci meravigliano? Niente affatto, perché adesso scopriamo da dove arriva la formazione degli italiani in ambito finanziario: Famiglia, interesse personale, esperienza.

E la consulenza non la mettiamo? Eccola qui! Infatti, il 40% ricorre (udite udite) alla consulenza di amici o parenti, il 40% investe in autonomia, ed il 20% si affida ad un professionista del settore.

Ma la contraddizione non finisce qui, perché il 34% mostra infatti un “disallineamento” tra le proprie competenze “percepite” e quelle reali (si chiama Overconfidence in finanza comportamentale).

Questo disallineamento si manifesta nel fatto che il 40% degli intervistati si riconosce (da solo) elevate capacità di gestione delle proprie finanze.

A questo aggiungiamo che il 54% del campione non è in grado di eseguire un calcolo percentuale (ad esempio il 2% di 100 è 2).

PIANIFICAZIONE FINANZIARIA

Il 60% degli intervistati non la fa. Il 40% invece pianifica un obiettivo alla volta. Tra coloro che non pianificano, il 42% non lo fa perché (secondo lui o lei) non serve, perché manca il risparmio o perché in fondo è sufficiente controllare le spese, mentre il 20% è più onesto: dice che serve ma al momento non ha voglia di pensarci.

Il 26% degli intervistati poi non accantona nulla, in quanto le spese sono maggiori delle entrate.

Perché sostanzialmente la maggior parte degli italiani non investe? Per 2 motivi…

  • Mancanza di risparmi
  • Mancanza di fiducia del sistema finanziario

Ma che strano…eppure pensate che secondo i dati pubblicati dall’ Agenzia delle dogane e dei Monopoli di Stato le somme immesse nei giochi di vario genere dagli italiani ammontano (nel solo 2018) a 19 Miliardi di Euro!

Adesso capite perché volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, questi numeri ci dicono che per migliorare la salute finanziaria dei nostri genitori, figli e fratelli, abbiamo davanti davvero un’autostrada, speriamo solo di insegnare a più persone possibili come guidare!

COME PERFORMARE SUI MERCATI SENZA PREVEDERE IL FUTURO

La scorsa settimana stavo riguardando l’andamento dei principali mercati azionari tra il 2018 e 2019:

La tabella è riportata qui sotto e riguarda sia il 2018, che il periodo dal 1/1/2019 al 28/10/2019

INDICE 2018 2019
Nasdaq (USA) -1% 25,5%
Ftse Mib (Italia) -16,1% 23,8%
Dax (Germania) -18.2% 22.4%
S&P500 (USA) -6.2% 21.2%
Cac40 (Francia) -11.9% 21.1%
Shanghai (Cina) -25.3% 18.5%
Eurostoxx600 (Europa) -15.2% 18%
MSCI World (mondo sviluppati) -10.4% 18%
Nikkei (Giappone) -12.1% 14.8%
Ibex (Spagna) -15.4% 9.8%
Ftse100 (Regno Unito) -12.4% 8.2%
MSCI EM (mondo emergenti) -16.6% 8%

 

Non occorre essere dei geni in matematica per capire che complessivamente nel biennio, nonostante un 2018 molto negativo su quasi tutti i tipi di investimenti, nel complesso il 2018/2019 si è rivelato molto positivo per quasi tutti gli investitori.

Ma la cosa molto interessante su cui voglio soffermarmi oggi è relativa a 2 concetti molto importanti che sottolineo sempre non solo ai miei clienti (quando gestisco i loro soldi), ma anche a me stesso (quando gestisco i miei).

In particolare, i 2 concetti sono i seguenti:

  1. Diversificazione
  2. Market Timing

Scusatemi se batto sempre sugli stessi temi, ma credetemi è solo perchè sono convinto che sia innanzitutto per il vostro bene, e che solo ripetendovi le stesse cose 10000000 volte alla fine le farete vostre e sarete investitori migliori con risultati migliori (se ci pensate il motivo per cui vi lavate i denti la sera prima di andare a dormire è solo perchè i vostri genitori ve lo hanno detto più o meno ogni giorno per i primi 10 anni della vostra vita no?)

Ma torniamo ai mercati…

DIVERSIFICAZIONE

Se andiamo a vedere i dettagli dei singoli paesi, anche in un mercato positivo come il biennio 2018-2019, 4 mercati su 12 (Spagna, Cina, Gran Bretagna e Mercati Emergenti) sono ancora in territorio negativo.

Questo vuol dire che se avessi puntato su un singolo paese, in 1 caso su 3 avrei potuto prendere quello sbagliato.

Invece voi avete imparato come funziona, avete capito che nelle decisioni iniziali della vostra “torta” (asset allocation in gergo tecnico) potevate ad esempio diversificare non solo per asset class (quindi le azioni ad esempio valgono il 50% del vostro portafoglio, il resto è in titoli di Stato, materie prime e così via) ma soprattutto per zone geografiche.

Immaginiamo infatti di avere un portafoglio da 10.000 Euro così composto:

  • 25% titoli di Stato USA
  • 25% obbligazionario Corporate IG (rating medio-alto)
  • 25% mercati sviluppati
  • 25% mercati emergenti

Ecco che nel periodo 2018/2019 la vostra performance sarebbe stata del 3.72% (con un rischio decisamente ridotto rispetto ad un portafoglio completamente azionario). La performance va considerata su base annua (quindi consideriamo poco meno del 2% annuo). Se vi sembra poco, considerate che oggi un BTP A 10 ANNI rende (annuo) circa un 1%….

Quindi capite bene il potere (e qui vi ho messo i numeri) della diversificazione anche in un biennio dove prima tutto va male, e poi tutto va bene (e voi sapete bene perchè lo avete letto sempre qui che per una perdita del 10% non basterà fare il 10% l’anno successivo per tornare al capitale di partenza, ma il 12%).

MARKET TIMING

Anche qui sottolineo una cosa già detta ma che è meglio ripetere…nessuno può prevedere l’andamento di mercato, nessuno, nè ora nè mai!

Quindi, l’unica cosa che possiamo fare è prendere consapevolezza della seguente affermazione:

il mercato ci offre dei rendimenti interessanti in un tempo adeguato, con un rischio più o meno ampio che noi possiamo scegliere!

Sta tutto qui! Perciò se qualcuno vi promette cose diverse girate i tacchi e filate via.

Tornando al nostro esempio pratico, dopo un 2018 molto negativo, diversi investitori hanno venduto la maggior parte dei propri investimenti presi dal panico, per paura di perdere ancora più soldi.

Questo è tecnicamente un errore, perchè sapete benissimo che allungando l’orizzonte temporale è matematicamente provato che i rendimenti negativi saranno sempre più ridotti.

Quindi vendere a fine 2018 voleva dire semplicemente “presumere” che il mercato nel 2019 sarebbe sceso ancora di più, e come detto prima questo non lo può sapere nessuno, quindi avete sbagliato in partenza!

Bravo genio, e quindi tu mi vuoi dire (così potete rispondermi) che sei entrato semplicemente nel 2019 perchè sei più furbo degli altri? Assolutamente no!

Infatti posso assicurarvi che io ero dentro sui mercati (vedere per credere sui post precedenti) SIA NEL 2018 CHE NEL 2019, ma posso dirvi che mentre il 2018 è stato negativo anche per me, nel 2019 (grazie anche ad analisi e dati che trovate nel blog) ho ritenuto che il mercato avesse ancora dei fondamentali solidi.

Così ne ho approfittato per incrementare la mia posizione, mantenendo però la diversificazione vista sopra (con l’aggiunta anche di oro e di singoli titoli come Intesa ed Electronic Arts di cui ho abbondantemente trattato).

Quindi come ripeto per l’ennesima volta nemmeno io ho la sfera di cristallo, ma attenersi a delle strategie precise sicuramente ci ripaga molto di più rispetto a qualsiasi altro metodo basato sull’intuizione o sulla preveggenza (cosa che su internet vende molto).

Perciò ricordatevi quanto detto sopra, e sappiate che nel 2020 vi aspetteranno grandi novità, perchè ci saranno cambiamenti molto importanti ed apriremo a diverse cose molto molto interessanti, il tutto restando sempre umili e continuando a studiare e praticare.

Alla prossima!

INVESTIRE NEL MERCATO ITALIANO E’ UNA SCELTA GIUSTA?

In un momento così delicato come quello attuale, ci sono purtroppo ancora investitori che continuano a commettere i soliti errori. In particolare noi italiani siamo soggetti spesso a quello che più ci piace, definito “home bias”.

Tradotto, investo principalmente in strumenti (azioni o titoli di stato) italiani perché sono quelli che conosco meglio, e perchè il rischio è più basso.

Ma siamo sicuri che sia la scelta giusta? E soprattutto, siamo sicuri, ammesso di ricevere dei rendimenti (cosa non vera ma ipotizziamolo) migliori rispetto al mercato, che in proporzione al rischio che ci prendiamo (ricordate sempre di guardare il rischio, non il rendimento) il gioco valga la candela?

Andiamo quindi a ragionare su quanto detto sopra mettendoci qualche numero…

L’analisi, che cerchiamo di semplificare, si concentra su due asset class: azioni ed obbligazioni (nel primo caso le aziende italiane e nel caso delle obbligazioni parliamo di aziende private ed anche di Titoli di Stato, Bot/BTP ecc..)

Partiamo dal mercato azionario.

Da sempre, quando investo i miei soldi (e quelli dei miei clienti) su questo tipo di investimento, che presenta per ovvie ragioni un rischio maggiore (quantomeno nel breve periodo) cerco sempre di farmi 3 domande:

  1. Il Paese presenta fattori di crescita economica?
  2. Il settore in cui voglio investire presenta delle opportunità di lungo periodo?
  3. I bilanci sono solidi ed il business redditizio?

Questo accade soprattutto quando analizzo società con un business fortemente radicato in Italia, mentre nel caso di aziende di dimensioni maggiori e con una vocazione extra-nazionale, aggiungo un’analisi economica del Paese (o dei Paesi) con cui questa azienda (o quel gruppo di aziende) fa business.

Qualora le risposte siano positive, ecco che valuto poi quanta percentuale del mio portafoglio comprare di quel determinato titolo.

E qui iniziamo a porci alcuni dubbi. Infatti all’interno dell’universo italiano, esistono pregi e difetti, e uno di questi ultimi parla proprio di una crescita economica strutturalmente debole.

Nell’immagine sotto riportata, troviamo il tasso di crescita del PIL (in inglese GDP) reale (al netto dell’inflazione) e come potete vedere presenta dei valori decisamente al di sotto della media mondiale (non è un mistero che anche quest’anno cresceremo dello 0,1/0,2%, fonte dati ISTAT e Fondo Monetario Internazionale).

italia.png

Di conseguenza la crescita economica di un Paese impatta inevitabilmente sulle aziende che in quel paese hanno delle attività economiche, ecco perché questo è un fattore di cui tenere conto (vale anche per aziende che operano in altri Paesi, ma citiamo l’Italia per fare un esempio a noi vicino).

Sul tema dei Bilanci ho già scritto articoli su articoli a riguardo (compresi dei file regalati GRATUITAMENTE dove poter fare tutti i calcoli e le analisi che si volete, basta scorrere indietro gli articoli di qualche settimana).

Sul tema settoriale, qui inciderà molto il ciclo economico in cui ci troviamo, a tal proposito vi invito a rivedere una mia intervista in cui spiegavo in dettaglio le 4 fasi del ciclo economico, dove ad ogni fase corrispondono tipologie di investimento e settori più adatti (trovi il link CLICCANDO QUI).

Passiamo ora al tema debito ed obbligazioni.

Se per le società abbiamo speso già anche in questo caso articoli ad hoc (eccone uno) è importante capire cosa valutare nel caso voglia invece analizzare in dettaglio le caratteristiche dei Titoli governativi di un determinato Paese.

Una delle risposte potrebbe sembrare ovvia, ma spero di dirvi qualcosa che non sapete! Infatti, solitamente la prima cosa che viene in mente è guardare al rapporto debito/PIL, dove l’Italia ad esempio presenta una percentuale vicina al 135% (il debito è il 35% in più della nostra ricchezza, data dal Prodotto Interno Lordo appunto).

Questa però è una risposta corretta solo in parte, infatti ciò che davvero conta è il debito NETTO, ovvero il debito (rispetto al PIL sempre) calcolato togliendo riserve di oro e valutarie, questo è il vero indicatore di incidenza del debito su un Paese!

debito_netto_2.png

Nel caso dell’Italia, come possiamo vedere dall’immagine sopra, il rapporto si attesta al 120%, quindi un dato che deve evidentemente farci riflettere.

Insieme a ciò, possiamo dire che un po’ come funziona per le famiglie, se il Paese cresce dello 0,1% annuo, ed il tasso medio pagato sul debito è del 2,9% (fonte: Ministero Economia e Finanze, dove ogni anno gli interessi ci costano circa 65 Miliardi di Euro),  capite bene che il “trend” di lungo periodo non può che peggiorare se non invertiamo la rotta.

Qui sotto trovate i tassi delle emissioni dei titoli di Stato negli anni, da cui si vede come con il calare dei tassi il costo del debito scende, ma in media siamo ancora a livelli importanti, considerato che ogni anno il 30% della nostra spesa pubblica viene usata per pagare interessi e debito pubblico in scadenza.

mef.png

Ma la domanda di tutte le domande è: per quanto tempo questa situazione resterà sostenibile?

Adesso capite perché un portafoglio costituito da azioni italiane, Titoli di Stato italiani ed obbligazioni di aziende italiane, NON è un portafoglio ben diversificato in primis, ma soprattutto, per la situazione che stiamo vivendo (vedi numeri sopra) è un portafoglio rischioso.

Come sempre, spero di avervi fornito qualche spunto in più, noi ci vediamo la prossima settimana!

INVESTIMENTI CON O SENZA CEDOLA: UNA GUIDA VELOCE (E PRATICA)

Ciao Wallstreeters, riprendiamo dal consueto aggiornamento pratico con un altro argomento utile per i vostri investimenti.

In particolare, uno degli aspetti che riveste importanza nelle decisioni degli investitori riguarda la differenza tra prodotti a cedola (detti “a distribuzione”) dove gli interessi vengono direttamente accreditati sul conto corrente, oppure prodotti ad accumulazione (dove gli interessi vengono reinvestiti automaticamente).

Mi sembra giusto quindi elencare le varie tipologie di investimenti così da aiutarvi nella composizione del vostro portafoglio.

 

STRUMENTI FINANZIARI A DISTRIBUZIONE

  • Titoli di Stato con stacco cedola (ad esempio BTP, che pagano una cedola periodica)
  • Obbligazioni societarie con stacco cedola
  • Azioni (con syacco dividendi)
  • Certificati (anche qui ci sono le cedole pagate periodicamente)
  • Fondi/Etf a distribuzione

In tutti questi casi, quando la cedola viene “staccata”, riceviamo gli interessi “al netto della tassazione”, che solitamente è al 26% nella maggior parte dei casi oppure al 12.5% nel caso di titoli di Stato, Enti sovranazionali (BEI/BIRS ecc) o equiparati.

Esempio pratico: trovo un ETF che investe in azioni Europee (valore della quota dell’ETF sul mercato 100 euro) che paga una cedola del 5%. Se compro 10 quote (investimento 1.000 Euro) la mia cedola sarà di 50 euro, ma sul conto corrente riceverò un netto di 37 Euro (la tassazione è il 26% di 50 quindi 13 Euro da togliere).

STRUMENTI FINANZIARI AD ACCUMULAZIONE (SENZA CEDOLA)

  • Obbligazioni di tipo “zero coupon” (es: BOT/CTZ) dove guadagno semplicemente dalla differenza tra prezzo di vendita e di acquisto
  • Fondi/Etf ad accumulazione

In questo caso perciò gli interessi (nel caso di fondi/etf) non vengono staccati e pagati sul conto, ma sono utilizzati per comprare ulteriori azioni/obbligazioni (a seconda che l’etf/fondo sia azionario/obbligazionario) che aumentano il valore dell’investimento.

Tutto questo ha delle differenze non solo pratiche (voglio la cedola oppure no) ma soprattutto fiscali.

Infatti nel caso di prodotti “a distribuzione” ogni volta che ricevo il pagamento quest’ultimo (come visto sopra) viene tassato, cosa che nell’esempio nei prodotti ad accumulo non succede (la tassazione avverrà solo alla fine se e quando venderò in guadagno il mio investimento).

Ciò si traduce, soprattutto nel medio-lungo periodo, in un capitale finale maggiore nel caso dei prodotti ad accumulo, che sfruttano l’ottava meraviglia del mondo (come la definiva Einsten) ovvero l’interesse composto, e sono quindi più efficienti fiscalmente.

Veniamo ora alla parte ancora più pratica, ovvero: dove trovo tutte queste informazioni?

Risposta: nella scheda prodotto, ma a seconda del tipo di prodotto avrete diverse fonti su cui trovare i dati. La cosa più semplice è avere già il “codice ISIN” dell’investimento che dovete analizzare (l’equivalente del codice fiscale per le persone, che identifica esattamente quel titolo specifico) e scriverlo su Google.

Però, volendo semplificarvi la vita, ecco un elenco di siti da cui attingere le informazionia seconda del tipo di strumento finanziario:

BORSA ITALIANA (per obbligazioni, etf, certificati)

borsa_it.png

JUSTETF (specifico per etf)

just_etf.png

EUROTLX (obbligazioni, certificati)

euro_tlx.png

QUANTALYS (fondi)

quantalys.png

Come sempre, spero di avervi chiarito qualche dubbio in più, per qualsiasi altra domanda non esitate a scrivermi.

A presto

IL MERCATO AZIONARIO ITALIANO: 3 SPUNTI UTILI

Dopo aver esaminato il video con l’andamento e l’analisi dei mercati azionari globali dal 2008 (trovate l’articolo QUI), chiudiamo con un focus tutto italiano (sempre tramite video, per cambiare un pò) dove andiamo a vedere:

  • quali sono le maggiori società per utili e fatturato degli ultimi 2 anni
  • come sta evolvendo il settore bancario italiano
  • come utilizzare questi dati per unirli a quanto già detto su questo sito e creare una strategia

 

Dalla prossima settimana riprenderemo con la consueta pubblicazione.

Alla prossima!

#10YEARSCHALLENGE DEI MERCATI AZIONARI

In questo video (oggi cambiamo un pò formato) vediamo l’evoluzione dei mercati finanziari degli ultimi 10 anni…in 10 minuti, prendendo spunto dall’analisi dell’Ufficio Studi Mediobanca.

Quindi mettetevi comodo, perchè analizzeremo insieme:

  1. L’evoluzione della Capitalizzazione di Borsa dei principali Paesi
  2. Il “peso” specifico dell’Italia
  3. Quanto incide l’orizzonte temporale nel mondo azionario
  4. Perchè abbiamo scritto decine e decine di articoli su ROE, indicatori di bilancio
  5. L’effetto devastante dell’inflazione sui vostri portafogli

Buona visione, e per dubbi o domande scrivetemi!

 

Investire in fondi: 4 filtri per una giusta selezione

Ti hanno proposto un fondo comune di investimento, stai valutando se acquistarlo o meno, cosa devi guardare?

Torno a scrivere a distanza di settimane perché dopo il grande successo della Business Breakfast di Milano (QUI puoi vedere come è andata) ho portato a casa numerosi spunti, e parlando con le persone ovviamente ho già in cantiere diversi articoli per poterle aiutare nelle proprie decisioni di investimento.

Il primo di questi risponde ad una domanda ben precisa che mi è stata rivolta durante quella “colazione”, pertanto ecco una risposta come sempre PRATICA, SEMPLICE E DIRETTA!

Come scegliere il fondo migliore per la mia strategia?

Dunque, fermo restando che la scorsa settimana ho trattato in proposito un argomento se vogliamo più tecnico (forse troppo) e che puoi trovare QUI , a proposito dei 5 indicatori chiave per scegliere un fondo, oggi facciamo un passo indietro, in modo che tra l’articolo di oggi e quello della scorsa settimana non ti manca proprio più nulla (o quasi, e ciò che ti manca lo troverai sicuramente nei precedenti articoli di questo sito).

TIPOLOGIA DI FONDO

La facciamo breve perché soprattutto per chi non è operativo o non tratta abitualmente possiamo generare confusione, ma sarò banalmente semplice proprio perché ritengo che in questo caso sia meglio:

  • Fondi azionari (contengono azioni, di tutto il mondo, di un solo paese, di un solo settore)
  • Fondi obbligazionari (contengono obbligazioni, di tutto il mondo, di Governi, di società, di un solo Paese)
  • Fondi flessibili (contengono di tutto, senza particolari vincoli, anche 100% azioni)
  • Fondi bilanciati (presentano una % di azioni dal 10 al 90% e di obbligazioni per la parte rimanente)
  • Fondi multi-asset (contengono diverse tipologie di asset class, materie prime, azioni, obbligazioni, valute) ma in generale ritengo siano più simili alla gamma dei flessibili, ovvero “sperare in un bravo gestore” (mica facile al giorno d’oggi)

Se vuoi una classificazione più precisa puoi consultare quella stilata da Assogestioni che ti ho messo a questo link.

ANDAMENTO STORICO

E qui viene il bello, perché facciamo un passettino in più. Infatti qui non ci limitiamo a vedere la “scheda prodotto” oppure a dire “azioni oppure obbligazioni”, ma qui dobbiamo fare un ragionamento in più, cioè chiederci:

nella fase di mercato che mi aspetto nei prossimi mesi, e che sicuramente è capitata in passato (visto che l’economia è ciclica per definizione, magari non sono perfettamente uguali ma i cicli si somigliano molto) come si è comportato questo fondo?

Se ad esempio valuto un bilanciato al 10% di azioni e 90% di obbligazioni, e poi mi accorgo che in un periodo di ribassi del mercato azionario è calato peggio di un azionario puro, forse dovrò farmi qualche domanda (ed evitare accuratamente il prodotto).

Prendiamo l’esempio del 2018, soprattutto dell’ultimo trimestre dove praticamente 9 asset class su 10 hanno girato in negativo, come si è comportato quel particolare fondo?

ELENCO DEI COSTI

  1. Costi di collocamento (di solito è una “commissione di acquisto se il fondo è “nuovo di zecca”)
  2. Costi di gestione (è un costo che paghi annualmente, quindi occhio perché incide e non poco)
  3. Costi di compravendita (se compri il fondo NON in collocamento, quanto ti costa in acquisto e in vendita?)
  4. Costi di performance (il gestore è stato bravo ed ha portato a casa un buon risultato, quanto si trattiene OLTRE ALLE SPESE GIA’ INDICATE SOPRA?)
  5. Costi di distribuzione (è la % di costo che viene “girata” alla Banca o Istituzione da cui compri il fondo)

Ecco le 5 voci che assolutamente non devono mai mancare in un confronto tra diversi prodotti (soprattutto se appunto si tratta di fondi comuni che tipicamente per il tipo di gestione presentano spesso delle voci di costo elevate).

COMPOSIZIONE

Questo aspetto vale soprattutto per i fondi flessibili e multi-asset, che spesso hanno una composizione “di tutto un po’” e quindi meritano un approfondimento maggiore. Infatti, se compri un fondo “azionario Italia” potrai essere sicuro al 99,9% (salvo stato comatoso del gestore) che all’interno del fondo troverai una quasi totalità di azioni italiane di diverso tipo.

Ma se compri un fondo flessibile (o multi-asset) o bilanciato? Ecco quindi che è importante verificarne la composizione…e perché mai?

Semplice amico/a mio/a, perché se compri un fondo flessibile con l’intenzione di diversificare, ma poi guardando la composizione ti accorgi che il 10% è su azionario Gran Bretagna (non proprio il momento migliore) e magari il 10% su azionario Argentina, forse eviterai di andare a comprare un simile prodotto non credi?

Bene, detto questo, quando a parità di fondo comune avrai trovato quello che come strategia può rientrare nel tuo portafoglio, ecco che il confronto di quanto scritto sopra ti permetterà di prendere la decisione più corretta (abbinato all’articolo precedente sui 5 indicatori).

Dove trovare tutte queste informazioni? Semplice, sui 2 siti di maggiore interesse in materia fondi ovvero Morningstar e Quantalys semplicemente inserendo il codice ISIN (equivalente del codice identificativo del fondo) oppure il nome del prodotto.

Personalmente con il secondo mi trovo meglio ma ad ogni modo entrambi sono utili.

Alla prossima!

5 INDICATORI CHIAVE PER SCEGLIERE IL FONDO GIUSTO

Ieri si è conclusa la prima business Breakfast targata Colazione a Wall street. Quasi 150 persone hanno condiviso interessi, idee, emozioni davanti un buffett con l’alternanza di tavole rotonde su aziende e professionisti di primo piano in ambito fintech e più in generale investimenti.

IMG_4789.jpeg

BUSINESS BREAKFAST DI COLAZIONE A WALL STREET, MILANO 11 OTTOBRE 2019

Ma come sempre ieri era ieri, noi dobbiamo già guardare al futuro e tornare a parlare dei temi che più ci hanno reso autorevoli sulla materia. Quindi avanti tutta con un nuovo articolo, dove andiamo a vedere 5 elementi utili (spiegati in modo facile e veloce) per confrontare diversi fondi comuni di investimento tra di loro.

Oltre al tema dei costi, che non mi stancherò mai di sottolineare (in quanto incide pesantemente nelle performance, e di cui ho parlato in modo approfondto QUI) mi preme sottolineare come in linea generale, prima di analizzare in dettaglio questi 5 indicatori, dovete avere bene in mente una cosa fondamentale:

LASCIATE STARE STELLE, SCUDI E COSE SIMILI, PERCHE’ SONO INUTILI! IN UN PORTAFOGLIO CI PUO’ STARE TRANQUILLAMENTE UN FONDO COMUNE, MA NELLA SCELTA DEL PRODOTTO GIUSTO PER LA VOSTRA STRATEGIA DOVETE SEMPRE GUARDARE COME PRIMA COSA IL COMPORTAMENTO DI QUEL DETERMINATO PRODOTTO IN PASSATO E NELLA FASE DI MERCATO PER CUI LO STATE COMPRANDO

Faccio un esempio pratico…

Se state scegliendo un fondo flessibile (non sono un amante di questa categoria ma rende l’idea in quanto sono fondi con stili di gestione misti) perchè vi aspettate una fase di volatilità sul mercato con possibili ribassi, e state analizzando il “fondo A”, vi rendeteconto che nell’ultimo trimestre 2018, dove in effetti si è verificato proprio un periodo così (volatilità e ribassi) questo fondo ha perso il 10%, quindi probabilmente non sarà il prodotto giusto per il vostro portafoglio.

Viceversa, se il “fondo B”, anch’esso flessibile, nello stesso periodo ha avuto una performance positiva, molto probabilmente sarà guidato da un gestore che si comporta meglio in quella fase di mercato specifica, perciò il prodotto sarà più adatto per la vostra strategia.

Chiarito questo punto FONDAMENTALE, vediamo i 5 indicatori con cui confrontare diversi fondi tra di loro.

Premessa: ognuno di questi indicatori che troverete, può essere valutato su un periodo di 1 anno, di 3 anni, di 5 anni ecc… Come potrete intuire più si allunga l’orizzonte temporale considerato più i dati sono attendibili.

SHARPE RATIO

Extra-rendimento del fondo (differenza tra rendimento del fondo e Tasso “risk free”,  ad esempio EONIA) rapportato al suo rischio (deviazione standard). PIU’ ALTO E’ PIU’ IL FONDO A PARITA’ DI RISCHIO E’ PROFITTEVOLE!

Esempio pratico: Se SR = 0.3 significa che OGNI 1% DI AUMENTO DELLA VOLATILITA’, IL FONDO PERFORMA LO 0.3% IN PIU’ RISPETTO AL TASSO RISK FREE.

 

INFORMATION RATIO

Anche in questo caso MAGGIORE E’ MEGLIO E’! Ci dice l’extra-rendimento del fondo rispetto al Benchmark (ogni categoria di fondi ha un suo indice chiamato “benchmark” da battere, uguale per tutti quelli di una stessa categoria), chiamata in gergo tecnico “alfa”. Stesso discorso dello sharpe ratio, con la differenza che il confronto ed il “rendimento extra per un aumento del 1% del rischio” è confrontato RISPETTO AL BENCHMARK E NON RISPETTO AL TASSO RISK FREE.

 

SORTINO

Qui l’investitore che compra un fondo si chiede: ok il fondo può andare male, ma esiste una performance al di sotto della quale COMUNQUE il mio fondo non soddisferà i miei obiettivi eper me equivarrà ad un risultato negavtivo? CERTO, il valore in questione come sempre è il tasso Risk free.

Quindi, con un esempio pratico per far capire, se il fondo perde non sono contento, ma non sarò ugualmente contento anche se il fondo performa meno del tasso EONIA. Inoltre, essendo la formula di sortino = (Rendimento fondo-Rendimento tasso Risk Free) / DSR, dobbiamo specificare cosa sia il DSR (Downside risk).

E’ semlicemente un concetto di volatilità (quindi rischio) SOLO NEGATIVA (sappiamo che la volatilità può essere concepita anche come fattore positivo). Quindi Sortino PIU’ ALTO E’ MEGLIO E’, e risponde alla domanda: quanto rendimento EXTRA (rispetto al tasso risk free) mi genera il mio prodotto RISPETTO AD UN AUMENTO DEL 1% DELLA VOLATILITA’ NEGATIVA?

 

VAR (Value at risk)

Solitamente considera 2 valori, cioè 95 e 99. Cosa significa?

Semplice: se un VAR95= 0,2%, significa che settimanalmente (oppure giornalmente o mensilmente) il rendimento di quel fondo è stato SUPERIORE allo 0.2% nel 95% dei casi. Più alto è meglio è!

 

MAXIMUM DRAWDOWN

Quale è stata la MASSIMA PERDITA (in un determinato orizzonte temporale) di quel fondo? Più basso è meglio è, perchè significa che il fondo resiste bene ai momenti difficili. Chiaramente troveremo valori più alti di Max drawdown nei fondi azionari rispetto ad esempio a quelli monetari o obbligazionari.

Ed ora come sempre uno spunto pratico! Volete confrontare più fondi tra loro, potete usare il sito Quantalys, nella sezione “confronta fondi” (fino a 5 contemporaneamente nella versione gratuita) e nelle singole schede (vedi esempio sotto) trovate i valori per ogni fondo elencati sopra.

fondi2.png

INDICATORI PER OGNI FONDO COMUNE ESAMINATO

Scrivetemi per dubbi o chiarimenti, e come sempre buon investimento!

Alla prossima!