IL CAPITALE NETTO: MITI E LEGGENDE

Ciao Wallstreeters, bentornati! Scusatemi se sono un po’ assente in questo periodo ma come potrete immaginare l’evento richiede molto lavoro e lunedì avremo anche una bella sorpresa.

Detto questo, ogni tanto anche io, preso dalle mille cose, dimentico pezzi per strada. In  particolare un lettore mi ha (giustamente) fatto notare che nel descrivere l’analisi dei titoli azionari (parlando in particolare dell’operazione Electronic Arts che ho chiuso qualche tempo fa) mi sono dimenticato di concludere l’aspetto relativo al Capitale Netto (questo mentre comunque vi ho già regalato il file per la valutazione complessiva).

Visto che non amo lasciare le cose a metà quindi, riprendiamo il discorso (per concluderlo) su quest’ultimo aspetto.

Iniziamo con la formula ed il concetto di base, ovvero:

ATTIVITA’ – PASSIVITA’ = CAPITALE NETTO

Questa formula è tanto semplice quanto potente, poiché graficamente sappiamo che in un bilancio (in uno stato patrimoniale per essere precisi) la colonna di destra deve essere uguale a quella di sinistra. Quindi nella colonna di sinistra abbiamo tutte le attività di un’azienda (già viste, comunque liquidità, crediti, immobilizzazioni ecc) nella colonna di destra abbiamo invece 2 componenti, il passivo (debiti ad esempio) ed appunto il Capitale Netto.

Cosa rappresenta quest’ultima voce? Semplice, il totale dei soldi messi dagli azionisti sia inizialmente che in seguito, mediante aggiunte successive o lasciando parte degli utili in azienda.

E’ composto da diverse voci, che sono:

  • Azioni privilegiate
  • Azioni ordinarie
  • Riserva sovrapprezzo
  • Utili non distribuiti
  • Azioni proprie

Andiamo a vederle una per una….

AZIONI ORDINARIE E PRIVILEGIATE

Le azioni ordinarie rappresentano la “proprietà” dell’azienda, e permettono tra le cose più importanti di ricevere i dividendi e il diritto di eleggere il consiglio di amministrazione, che poi determinerà la scelta dell’Amministratore Delegato. Sono anche i destinatari dell’eventuale vendita della società stessa.

Le azioni privilegiate invece non prevedono il diritto di voto, ma in caso sia di fallimento della società che di distribuzione dei dividendi hanno la priorità rispetto alle azioni ordinarie sul pagamento. Tipicamente le società più “appetibili” tendono a non avere questo tipo di categoria di azioni (o averne in minima parte) in quanto il pagamento dei dividendi NON è deducibile fiscalmente per l’azienda, contrariamente a quanto avviene ad esempio con il pagamento delle cedole (interessi) sulle obbligazioni ai creditori (ricordiamo che le obbligazioni sono debito, quindi vanno ripagate).

RISERVA SOVRAPPREZZO

La riserva sovrapprezzo delle azioni invece corrisponde a quella cifra che viene accantonata (e finisce nella composizione del Capitale Netto) relativamente alla differenza tra “valore nominale dei titoli” e successivo esborso da parte dei soci al valore attuale dell’azione (nel caso ad esempio di aumenti di capitale). Se ad esempio il valore nominale di un titolo è di 2 Euro ad azione ed il titolo si vende al pubblico a 5 Euro ad azione, 3 Euro sarà indicato alla voce sovrapprezzo.

UTILI NON DISTRIBUITI

Rappresenta la quota degli utili che l’impresa riesce a generare, ma che per scelta non viene usata per remunerare gli azionisti (tramite pagamento dividendi) ma resta accantonata in azienda. La voce “utili non distribuiti” quindi comprende, per un determinato anno, l’utile di esercizio al netto delle imposte, a cui eventualmente togliamo la parte distribuita agli azionisti (dividendi, qualora vengano corrisposti): ecco quella sarà la parte di denaro destinata a quella voce finale.

Ovviamente le aziende che riescono a fare utili vedranno questa voce crescere in modo costante, mentre le aziende con un valore negativo, nullo o molto basso di utili non distribuiti saranno aziende con politiche di dividendi molto aggressive (distribuisco in dividendi tutto ciò che produco) oppure aziende in perdita. Consideratelo un tesoretto di liquidità che solitamente l’azienda decide di tenere in casa per investire in altri progetti, ad esempio comprare eventuali aziende concorrenti, oppure ancora per effettuare in futuro un riacquisto di azioni proprie, perché l’azienda pensa che in tutte queste casistiche il “rendimento” dell’operazione sarà maggiore per gli azionisti rispetto al semplice dividend Yield da distribuzione.

AZIONI PROPRIE

Le azioni proprie sono come dice la parola stessa azioni della società che vengono riacquistate da quest’ultima, che può decidere (una volta che le ha ricomprate) di eliminare oppure di rimettere in circolo in un secondo momento. In quest’ultima casistica troveremo valorizzata la voce “azioni proprie” appunto (le azioni inserite in questa voce non ricevono dividendi e non hanno diritti di voto). Per capire se un’azienda è effettivamente redditizia lato capitale proprio la formula è:

ROE (RETURN ON EQUITY) = UTILE NETTO/CAPITALE NETTO

Il numero è espresso in percentuale (più alto è meglio è). Per avere però il numero CHE SERVE A NOI, bisognerà  sommare la voce “azioni proprie” al capitale netto (quindi al denominatore) e QUELLO sarà il vero tasso di redditività del capitale aziendale (aumentando il denominatore della frazione il numero sarà inevitabilmente minore).

Con questo abbiamo chiuso il cerchio e adesso si che avete veramente tutte le spiegazioni per lavorare al meglio sui vostro investimenti.

A presto e mi raccomando scrivete per qualsiasi dubbio o domanda

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