THE SKY IS FALLING, THE SKY IS FALLING!

Chi non ricorda quel famoso cartone dove un polletto avvisa la propria città che “il cielo sta crollando”?

Ora, chi mi conosce sa che quando investo tendo sempre a “lasciare le emozioni fuori dalla porta”, quindi oggi non mi metterò a gridare che il cielo sta crollando, tuttavia da consulente finanziario ed investitore quale sono, ritengo giusto fornire un quadro di quelle che sono attualmente le MIE considerazioni (in assoluta libertà di pensiero) sul mercato sulla base di ciò che IO vedo, e che metterò su questo blog per chi semplicemente fosse curioso di leggerle.

Se mi seguite sul mio profilo Instagram, avrete notato nelle storie di ieri in particolare che ho citato un fenomeno preoccupante, noto come “inversione della curva dei tassi”.

In questo articolo in particolare (scritto anche perché in molti mi avete chiesto chiarimenti) spiegherò:

  1. Cos’è
  2. Come funziona
  3. A cosa fare attenzione

La curva dei tassi, cos’è?

Cominciamo con il dire che la “curva dei tassi” rappresenta un grafico, relativo ad una categoria particolare di investimenti, ovvero le obbligazioni, dove sull’asse verticale ci sono i rendimenti, su quella orizzontale le scadenze.

In condizioni normali, le obbligazioni con durata maggiore avranno rendimenti maggiori (TI HO FATTO ANCHE UN PICCOLO DISEGNO PER RENDERTI L’IDEA, fa schifo ma io mi occupo di investimenti e non di disegno quindi dovrai fartelo bastare).

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Come funziona

Visto che una delle leggi fondamentali che governano il mondo, dopo la gravità, è quella del rischio rendimento (oltre ovviamente a quella dell’interesse composto di cui abbiamo già parlato), sappiamo che solitamente più aumenta il rischio e più rendimento ci aspetteremo in cambio. Nelle obbligazioni come lo traduciamo in pratica? Vediamo un esempio concreto…

Se compro obbligazioni del Paese XYZ, la condizione “normale” ci dice che un Titolo di Stato (obbligazione) con durata 30 anni renderà di più di un Titolo di Stato dello stesso paese con durata 2 anni, perché? Semplice, per il RISCHIO che mi sto pendendo di tenere quello stesso investimento per 30 anni anziché per 2! (la probabilità di un fallimento di quel Paese ci dice che è più probabile un fallimento nei prossimi 30 anni che nei prossimi 2).

A cosa fare attenzione

Molto bene, adesso ti ho dato due concetti semplici ma di assoluta importanza, perché ora che sai come devono essere le condizioni “normali”, devi fare attenzione nel caso in cui questa “normalità” cambia, come sta succedendo in questi giorni…

Abbiamo detto che una curva “inclinata positivamente” (cresce guardandola da sinistra verso destra) è la normalità, ma cosa ci dice il mercato quando questa inclinazione si modifica? Possono esserci due casistiche:

  1. Curva piatta (si definisce flattening in gergo tecnico ma chissene)
  2. Curva inclinata negativamente (soprattutto qui devi iniziare a preoccuparti)

Ma perché queste due situazioni sono un possibile campanello di allarme?

Perché il mercato è fatto di Società, Governi che a loro volta sono fatti di persone, quindi i mercati cambiano in base alle AZIONI che queste persone fanno in base ai loro PENSIERI, ma soprattutto alle loro ASPETTATIVE.

E cosa ci dice una curva inclinata negativamente? prendiamo il caso peggiore dei due..

Ci dice che la gente è così preoccupata, ed ha così paura del mercato in questo momento, che per avere in portafoglio un titolo A BREVE SCADENZA esige un rendimento PIU’ ALTO di uno stesso titolo con scadenza più lunga, praticamente il mercato se la sta facendo sotto!

Ora, questo ragionamento e questa situazione di curva dei tassi la si trova su qualunque area geografica (possiamo analizzare i Titoli di Stato americani, quelli Italiani, tedeschi e così via). Pensiamo ad esempio nel 2011-2012 con il famoso “spread” sopra i 500 punti, la curva dei titoli italiani era inclinata negativamente, ed abbiamo visto cosa è successo.

Adesso quindi ti farò vedere la situazione ad oggi, e poi concluderò con le ultime considerazioni di natura più pratica:

 

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Come riportato da Wall Street Italia, in questo grafico possiamo vedere che il differenziale tra i titoli a breve e lunga scadenza americani è sceso in negativo (cioè rendimento Treasury a 3 mesi, meno il rendimento dei Treasury a 10 anni è negativo, quindi il rendimento dei Treasury a 3 mesi è maggiore del rendimento dei Treasury a 10 anni, quindi l’inclinazione è negativa nella curva dei tassi).

Se poi andiamo a vedere qualcosa di altrettanto significativo (l’andamento grafico della curva nell’ultimo periodo, come riportato dal Sole24Ore, capiamo che si tratta di un trend costante che ci deve far capire alcune cose…

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GUARDIAMO PRIMA DI TUTTO LA STORIA, IL PASSATO:  guarda l’immagine sopra, ti dicono nulla GLI ANNI in cui si è verificato questo fenomeno di “curva inclinata negativamente per gli Stati Uniti” (oltre che per il caso Europeo nel 2011), vediamo se ti ricordano qualcosa:

  • 1990-1991
  • 2000-2001
  • 2007-2008

 

Ci siamo capiti? Le 3 crisi più grandi degli ultimi 30 anni sono state precedute (che culo che hai a seguire il mio blog) da un’inclinazione negativa della curva!

Solitamente il “ritardo” (QUANDO POI SUI MERCATI SI BALLA) va dai 6 ai 24 mesi (perché la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno) e possiamo almeno (se non essere maledettamente preoccupati) iniziare a farci qualche domanda in più, aggiungendo qualche considerazione finale:

  • Gli Stati Uniti sono ancora (per ora, almeno fino al 2030) l’economia maggiore del mondo, quindi se entrano in recessione trascinano per forza di cose anche altri Paesi, generando un effetto a catena
  • I dati economici in generale ci dicono che il lungo ciclo economico positivo sta volgendo al termine (dati sul PIL dei vari paesi, la loro crescita, i dati PMI, gli utili aziendali, la fiducia di consumatori ed imprese)
  • Negli Stati Uniti restano aperti (ne abbiamo parlato 1.000.000 di volte) i temi sull’indebitamento eccessivo (di Stato e famiglie, pensa ai mutui studenteschi, alle carte di credito, ai prestiti auto) così come in debiti dell’intero mondo stanno crescendo
  • Le guerre commerciali, nonchè eventi di portata molto ampia (vedi Brexit) non fanno che gettare altra benzina sul fuoco

Bene, ora che penso di essermi guadagnato la tua attenzione, vediamo se riesco a leggerti nel pensiero e rispondere alla tua domanda successiva….QUINDI COSA DEVO FARE?

Premessa che adesso sei preparato per i mesi a venire, e come minimo puoi ringraziarmi invitando chiunque ad iscriversi ai nostri canali, la risposta è DIPENDE!

Dipende dalla strategia di portafoglio che hai, da quella decisa con il tuo consulente (speriamo che si sia accorto dell’inclinazione negativa della curva), ma in linea di massima ci sono 3 considerazioni importanti da fare:

  1. Se hai comprato dei prodotti diversificati, anche azionari, nella logica COMPRO E TENGO PER ALMENO 20-30 ANNI, amico mio, dovrai turarti il naso, farti un sonno profondo, non leggere più i giornali per i prossimi 5 anni, buttare via la chiavetta del tuo home banking, e quindi restare fedele alla tua strategia di NON FARE NIENTE (però questo presuppone che tu abbia fatto un ottimo lavoro di asset allocation PRIMA, sia chiaro!)
  2. Se investi in una logica più tattica e meno strategica (quindi più variazioni nel breve-medio periodo) un alleggerimento azionario, ed una maggiore diversificazione (ETF/Fondi) su obbligazionari con scadenze più ampie non sarebbe sbagliato, oltre a prodotti a strategia inversa e beni rifugio
  3. Considera i Piani di Accumulo, perché come abbiamo già spiegato, se parti con un PAC e il mercato si mette male all’inizio dei tuoi versamenti…ALLELUIA! Matematicamente è dimostrato che farai risultati migliori!

Per tutto il resto, sai come contattarci per dubbi/domande, sai dove forniamo tutte le informazioni (qui in primis) e adesso sai anche che “il cielo starà pure crollando”, ma almeno noi ti abbiamo fornito la capsula di salvataggio, alla prossima!

 

PIANO PENSIONISTICO VS PIANO DI ACCUMULO, QUALE SCEGLIERE?

La scorsa settimana, durante l’intervista con il famoso Youtuber Marcello Ascani (se non sei riuscito a vederla ecco il link) un utente ha chiesto la differenza tra il classico piano di accumulo (di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo) ed il Piano Individuale Pensionistico. Dal momento che si tratta di una domanda che nell’ultimo periodo mi sento fare spesso, ho ritenuto che fosse arrivato il momento di scrivere qualcosa a riguardo.

Oggi sono ad Ivrea, per il Carnevale molto famoso dove si assiste al classico “tiro delle arance”, e dal momento che al Castello di Parella hanno una canina di vini spettacolare, sono particolarmente “allegro”, perciò lascio che siano le parole a scorrere dal mio cervello alla tastiera senza fare troppa opposizione e senza pensarci troppo su, quindi cominciamo…

Il piano individuale pensionistico (definito anche PIP) è sostanzialmente un piano di accumulo (con versamenti che possono essere mensili, trimestrali, semestrali o annuali) con caratteristiche tuttavia un po’ diverse, che adesso ti spiegherò (nel frattempo sto ascoltando “morning glory” degli Oasis))

Dunque cominciamo con la parte fiscale, perché a differenza del classico piano di accumulo (da adesso in poi PAC) tutto quello che versi, fino ad un massimo di 5.164,57 Euro annuali, è possibile portarlo in deduzione dalle tasse.

Questo per un motivo molto semplice, lo Stato ha un sistema previdenziale pubblico definito “a ripartizione” (cioè chi lavora, con i propri contributi, paga la pensione a chi non lavora più). Tu pensi di accantonarli per te stesso, ma la cosa è solo figurativa, mi dispiace. Dal momento che il sistema matematicamente comincia ad essere (anzi lo è da un bel po’) instabile e sbilanciato in favore delle pensioni (complice anche l’invecchiamento della popolazione a l’aumento della speranza di vita) i conti (pubblici) non tornano, di conseguenza lo Stato ti dice una cosa molto semplice: “caro cittadino italiano, visto che io difficilmente riuscirò a pagarti la pensione, se ci pensi da solo o comunque ti dai una mano da solo, io ti supporto dal punto di vista fiscale”. Ecco spiegato quindi il vantaggio economico che hai (a differenza del classico PAC).

Facciamo come sempre un esempio pratico con dei numeri: nella tua dichiarazione dei redditi, se presenti un reddito lordo di Euro 30.000, avendo per esempio versato durante l’anno 5.000 Euro nel PIP, pagherai le tasse solo su 25.000 Euro di reddito complessivo (ecco come funziona in sintesi la deducibilità).

Detto questo, i vantaggi non sono finiti….

Infatti la parte fiscale fa la parte del leone nelle agevolazioni, e te lo dimostro con un altro esempio pratico: confrontandolo cioè con il tuo TFR (eh si, perché se non lo sai puoi anche decidere di trasferire il tuo TFR all’interno di un piano pensionistico, spostando quindi il rischio dalla tua azienda alla compagnia assicurativa, ricordati infatti che il TFR sono soldi che tu tutti i mesi metti da parte, quindi è importante sapere che, se la tua azienda non naviga in “acque sicure”, puoi sempre optare per lo spostamento in un PIP, dove il rischio sarà trasferito dalla tua azienda alla compagnia assicurativa, che solitamente risulta più solida).

Detto questo, torniamo alla parte fiscale ed al confronto con il TFR…

Ipotizziamo che dopo oltre 40 anni di faticoso lavoro, il tuo TFR sia di 100.000 Euro. Pensi che ti venga liquidata tutta la somma? Eh no mio caro, perché lo Stato si trattiene una determinata percentuale definita “aliquota marginale”…

Mettiamo che (prendiamo le aliquote IRPEF attuali) la tua fascia di reddito preveda una tassazione del 38%, ciò vuol dire che anche il tuo TFR finale, quando sarà il momento di passare all’incasso, subirà una tassazione del 38% (si definisce aliquota marginale), quindi su 100.000 Euro accantonati te ne arriveranno NETTI 62.000 Euro (38.000 restano a papà Stato).

Se invece la stessa cifra al termine del tuo lavoro sarà all’interno di un PIP, la tassazione è molto inferiore, infatti le aliquote vanno da un minimo del 9 ad un massimo del 15%. Da cosa dipende l’aliquota finale? Semplice, da quanto tempo stai versando contributi nel tuo PIP, prima cominci e più bassa sarà la tassazione finale. In particolare, si comincia con l’aliquota del 15%, ma a partire dal 16 esimo anno di versamenti nel PIP, ogni anno l’aliquota cala dello 0,3% (quindi in base a questi calcoli possiamo affermare che se versi in un PIP 35 anni, alla fine avrai una tassazione del 9%).

Tutto bello e tutto facile? No!

Infatti ci sono anche degli accorgimenti che devi considerare prima di aderire ad un PIP (sia nel caso di versamenti liberi che di trasferimento del tuo TFR, visto che puoi optare per entrambe le ipotesi).

  • I costi: in base alle compagni assicurative ed ai prodotti, dovrai confrontare molto bene sia i costi fissi (ad esempio per ogni versamento mensile) sia variabili (le spese di gestione, dal momento che i tuoi soldi verranno “gestiti”, più o meno prudentemente, a seconda del tipo di scelta che farai, dalla Compagnia assicurativa).
  • Le gestioni: come detto sopra, puoi optare ad esempio per una linea garantita (quindi con un rendimento minimo garantito, che solitamente prevede l’investimento in Titoli di Stato di vario tipo), fino alle gestioni più aggressive (azionaria se hai un orizzonte temporale molto lungo)
  • La liquidità del PIP: qui arriviamo ad una differenza netta dal classico “piano di accumulo”, infatti se in quest’ultimo caso basta liquidare il controvalore come qualsiasi investimento, nel caso del PIP non potrai toccare le some versate (salvo per spese mediche urgenti) prima di 8 anni, ad anche dopo quel periodo potrai chiedere il riscatto di massimo il 75% di quanto accantonato (pagando fai attenzione un’aliquota del 23%) in base alle diverse esigenze (acquisto/ristrutturazione prima casa) oppure massimo il 30% (sempre con la tassazione al 23%) per qualsiasi altra esigenza
  • A scadenza: potrai riscuotere SOLO il 50% della somma accantonata come capitale, il resto ti verrà erogato in forme di rendita (a seconda della scelta ne avrai di diversi tipi) come integrazione alla pensione pubblica

Ecco perché, come dico sempre, la somma da destinare ad un PIP DEVI DIMENTICARTELA, servirà esclusivamente all’integrazione della tua pensione, se invece vuoi accantonare soldi per altre finalità (acquisto auto/casa ecc) meglio il classico piano di accumulo, molto più flessibile!

A questo punto perciò, una volta conosciuti questi dettagli, capita la differenza e valutata la tua capacità di risparmio mensile, dopo aver confrontato le diverse offerte lato costi, e dopo aver deciso il tipo di linea di gestione (garantita, bilanciata, azionaria ecc) potrebbe essere un buon compromesso la scelta di QUANTO risparmiare ogni mese, suddividendola tra il “piano di accumulo classico” ed il PIP, a seconda degli obiettivi economici e temporali da raggiungere.

Per qualsiasi cosa come sempre non esitare a contattarmi, adesso vado a riprendermi un secondo e ci rivediamo come sempre su “Colazione a Wall Street”!

Alla prossima

Francesco

I 4 PRINCIPALI ERRORI DEGLI ITALIANI QUANDO INVESTONO: COME RICONOSCERLI E COME EVITARLI!

Quando pensi all’Italia, subito pensi al cibo, alla moda, all’arte (in positivo sia chiaro).

Ma quando noi italiani ci mettiamo davanti al computer, oppure siamo nell’ufficio del nostro consulente finanziario, come ci comportiamo? Perché vedi io sono un grande ammiratore ed un grandissimo appassionato del genere umano, con tutte le sue sfumature, i suoi pregi e difetti, che immancabilmente si riflettono anche nella figura dell’investitore medio.

Allora mi diverto ed imparo ad osservare persone di ogni età, sesso, patrimoni, approcciare a questo strano e misterioso mondo, che per quanto possibile cerco sempre di rendere più trasparente, e di persone ne ho viste tante credimi!

Come sempre mettiamo qualche nozione nuova (per chi non la conosce) ed utile non solo a farci due risate, ma anche ad imparare qualcosa.

Partiamo con il menzionare quella che a mio avviso sarà l’evoluzione della consulenza finanziaria, ovvero la finanza comportamentale. Partiamo con il definirla in modo semplice: lo studio dal punto di vista “economico” di quanto l’essere umano sia strano, preso sia da solo che in relazione ad altri esseri umani!

Ovviamente il Professo Enrico Maria Cervellati (uno dei massimi esperti in Italia sul tema che ti consiglio di seguire) la riterrebbe una semplificazione eccessiva, ma dal momento che non siamo in ambiente accademico, e che probabilmente stai leggendo questo articolo seduto sul divano oppure mentre ti stai preparando ad uscire di casa per andare a lavoro, bado al sodo e punto a farti arrivare il concetto!

Ora che abbiamo chiarito questo, sappiamo che si tratta di qualcosa che mette insieme la finanza e la psicologia, pertanto aggiungiamo ancora due concetti molto importanti, che fanno parte della finanza comportamentale: BIAS ed EURISTICHE, e diamo le definizioni.

BIAS: Un qualcosa nella tua testa che ti spinge a fare delle cagate (finanziariamente parlando). Tanti lo definirebbero “errore”, ma in realtà è qualcosa di precedente che poi porta all’errore.

EURISTICHE: Sono delle regole che ci aiutano a decidere.

La cosa più importante però è capire come BIAS ed EURISTICHE interagiscono tra loro, portandoci all’errore, perché solo allora si capisce quanto siamo strani ed affascinanti.

Cito sempre un breve ma efficace esempio tratto dal libro “Finanza Comportamentale ed Investimenti” di E.M. Cervellati, per  farti capire…

Immagina di dover rispondere alla seguente domanda: ci sono più omicidi o più infarti nel mondo?

Quindi vediamo il cervello come ragiona….

Bias della disponibilità: tenderemo a ricordare le notizie maggiormente a nostra disposizione (tramite tv, giornali, web), quindi le notizie più vicine a noi (a nostra DISPOSIZIONE appunto).

Euristica: poiché le notizie disponibili tutti i giorni più spesso (il titolone del giornale o le notizie del TG) sono soprattutto di omicidio, penseremo che la frequenza di decessi sia per la maggior parte legata agli omicidi (si muore soprattutto perché si viene uccisi).

ERRORE: Si esplicita e si è convinti del fatto che sia più probabile morire per omicidio che per infarto (quando i numeri dicono esattamente il contrario).

Ora che abbiamo fatto un po’ di chiarezza, andiamo a vedere quindi i principali “errori” che commettiamo noi investitori italiani, e soprattutto a quali BIAS/euristiche sono dovuti.

  1. Tendiamo ad investire soprattutto in “prodotti di casa nostra”. Aaaah, i cari Titoli di Stato, i BOT, i BTP, le azioni italiane, quanto siamo affezionati a questi investimenti noi italiani? Lo spread sale da 200 a 300 punti, non fa niente, avanti a comprare BTP! Lo spread cala a 50 punti, non fa niente, avanti a comprare BTP. Che dire poi di quoi portafogli che “sistematicamente” vedono tra i propri titoli azionari le varie Generali, Monte Paschi, Unicredit, Poste, Intesa, Leonardo, Telecom. Non che ci sia del male in questo (anche se i bilanci di qualcuna delle società DOVRESTE approfondirli), ma semplicemente è sbagliato. Perché con portafogli simili vi state esponendo al 100% al RISCHIO ITALIA! Un rischio Paese, che vi porta a privilegiare tutto ciò che è CASA VOSTRA, si chiama “home Bias”.
  1. Cosa succede però se arrivo io, Francesco Casarella, e vi dico che “stai a fa una ca…..ta?” Pur sapendo chi sono io in ambito finanziario, il tuo cervello ti porterebbe a pensare che quello che sta sbagliando sono io. Ed anche se io ti insinuassi mille dubbi riguardo ala tua “strategia domestica” (le clausole di salvaguardia sui titoli in caso di Default, le CACS, il livello dei conti pubblici, il rating ecc) tu continueresti a pensare a qualcosa per portare acqua al tuo mulino. Questa tua “ERRATA CONVINZIONE” e questo tuo “VOLER CONFERMARE PER FORZA LA TUA TEORIA CHE INVESTIRE TUTTO IN ITALIA E’ MEGLIO” si chiama Bias di conferma.
  2. Che dire poi di quando ti senti un guru perché hai investito 100 Euro su un’azione, che nel giro di poche settimane hai rivenduto a 150? Sei il mago della finanza, il mondo è ai tuoi piedi, il limite è il cielo! Bene, poi apri il tuo conto trading e dopo 2 mesi hai fumato i 150 Euro del primo investimento più altri 500 Euro che avevi messo perché “tanto tu sei un super trader”. Hai sopravvalutato le tue conoscenze, hai pensato di poter “battere” il mercato, di essere migliore e più bravo degli altri, hai perso l’umiltà…questo errore si chiama “overconfidence”.
  3. Chiudiamo con l’ultimo degli errori comportamentali (direi che già conoscendo ed evitando questi 4 errori sei più avanti di un buon 50% degli investitori) ovvero quello dell’ancoraggio… Hai comprato un’azione a 95 Euro (prezzo di carico), che dopo 6 mesi ti ritrovi a 50 in portafoglio. Gli analisti confermano che l’azienda non naviga in buonissime acque, che nel lungo periodo si vedono nubi all’orizzonte, che i bilanci soffrono, che saranno necessari degli interventi sul capitale…EPPURE…..eppure tu continui a NON VENDERLE, CASCASSE IL MONDO, PERCHE’ “SE VENDO ALLORA AVRO’ PERSO, MA VISTO CHE IO SONO FURBO, NON LO FACCIO COSI’ LA PERDITA E’ SOLO SULLA CARTA!”..VERO O NO? Tu si che sei furbo!

Scherzi a parte, ti stai “ancorando a quel prezzo iniziale”, ti ci stai aggrappando con tutto te stesso, per  te in merito a quell’azione specifica il prezzo “giusto” (per te, non per il resto del mondo) sarà di 95 Euro. Ed ancora una volta…questo è sbagliato!

Quindi ora che sappiamo gli errori principali degli investitori (e questi in circa 10 anni di lavoro nel mondo investimenti sono quelli che ho visto di più) tu puoi evitarli, tu puoi farcela!

Quindi diversifica, vendi le azioni schifose se le hai (ricordati che le perdite, chiamate minusvalenze, puoi compensarle nei 4 anni successivi, diventano cioè crediti da poter utilizzare), e prima di investire anche solo 1 Euro, ripensa al mio articolo.

Alla prossima!!!

BATTING AVERAGE: QUANTO E’ BUONO IL TUO INVESTIMENTO?

Sembra un “termine sportivo” (la traduzione è “media di battuta”) in verità identifica l’abilità di un gestore di fondi nel superare (più volte lo fa e più è bravo) il suo benchmark di riferimento.

Perché un indicatore simile è importante? Per capirlo dobbiamo prima spiegare come funziona questo indicatore (da ora in poi “BA”) e poi capire come interpretarlo.

Dunque abbiamo spiegato che il BA indica la bravura del gestore nel superare il suo benchmark. A questa informazione, dobbiamo aggiungere che si tratta di un indicatore solitamente misurato in termini di “QUANTE VOLTE” in un “DETERMINATO PERIODO” il gestore è stato più bravo, ecco dove risiede l’importanza del BA!

Facciamo che iniziamo a metterci dei numeri così ti chiarisco subito il concetto, con una premessa: il BA è un indicatore attendibile ed importante da usare (insieme ad altri strumenti) su periodi pari o superiori ai 2/3 anni, su durate inferiori ha poco senso.

Quindi, ipotizziamo che un determinato Fondo Attivo “Pinco Pallo” presenti un BA a 3 anni di 55.

Questo significa che su un periodo di 3 anni (36 mesi) il fondo ha superato come performance il suo Benchmark il 55% delle volte (quindi 20 mesi su 36 il fondo avrà performato meglio del suo benchmark, 16 mesi su 36 peggio).

Come diceva il mio professore di economica aziendale, non è scienza missilistica, quindi una volta compreso il concetto è facile applicarlo.

Vediamo ora vantaggi e svantaggi di questo indicatore…..

VANTAGGI

  • Semplicità di calcolo e strumento intuitivo
  • Valido per orizzonti superiori ai 2-3 anni
  • Evidente indicazione dell’abilità del gestore di performare

SVANTAGGI

  • Non vengono considerati i rischi
  • Considera solo la “direzione” (sopra o sotto al benchmark, meglio o peggio) ma non ti dice “di quanto”

Nel caso del primo svantaggio, è utile specificare meglio di cosa si tratta. In particolare, come saprai da bravo investitore leggendo ormai il mio blog da parecchio tempo, quando si investono dei soldi uno dei pilastri a livello di concetti è il rapporto Rischio-rendimento.

Questo perché (ovviamente) avrà più senso investire in uno strumento che performa il 5% con una volatilità (indice di misura del rischio) del 3%, piuttosto che in un altro strumento che performa il 5% con una volatilità del 12%. Questo perché a parità di performance, il secondo strumento avrà assunto maggiore rischio, ed a noi bravi investitori questo non piace.

Tornando al caso del BA, se nel nostro esempio sopra vediamo che su 3 anni il gestore ha un BA del 55%, significa che 55 volte su 100 ha fatto (in termini di performance) meglio del benchmark, però (ecco perché è uno svantaggio) ci manca la seconda parte del RISCHIO-RENDIMENTO, ovvero la risposta alla domanda: SI OK, MA A CHE PREZZO? QUANTO RISCHIO SI E’ PRESO PER BATTERE IL BENCHMARK? E questo il BA non può dircelo!

Ecco perché come sempre è consigliatissimo utilizzare tutto un insieme di strumenti, da soli servono a poco, ma con la giusta strategia possono dirci tanto.

Purtroppo però devi sapere (e qui come sempre sai che faccio educazione) che i migliori fondi sul mercato (i migliori, pochi) presentano un BA intorno al 60-65% (ripeto, I MIGLIORI) quindi è molto più probabile prendere (purtroppo fondi pessimi rispetto a scegliere fondi migliori).

Ma tu ora hai un’arma in più da utilizzare!

………ECCOLA QUA, LO SAPEVO, LA DOMANDA! DOVE CAVOLO LO TROVO IL “BA”?

Ti dò una notizia buona ed una cattiva…la cattiva è che non lo trovi da nessuna parte! La buona, è che “nella pratica” puoi utilizzare un indicatore del tutto simile in termini di significato e funzionamento chiamato “INFORMATION RATIO” (IR), che ANZI, è pure meglio perché considera anche la volatilità!!! (ovvero include il rischio che ci mancava nel BA!).

(lo trovi ad esempio su Quantalys) . Una volta scelto il tuo fondo (tramite il codice ISIN identificativo da inserire in alto a destra) puoi andare nella sezione “performance” e vedere l’indicatore come nella foto.

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Questo indicatore (IR) confronta la performance del fondo con il suo benchmark, e come per il BA evidenzia le qualità del gestore nell’ottenere risultati migliori del benchmark. Più elevato sarà il valore di IR e migliore sarà il giudizio attribuibile al gestore.

Quindi nell’esempio dell’immagine sopra (un fondo schifoso), su un periodo di 3 anni il nostro IR è negativo sempre, quindi vuol dire che il fondo non è riuscito mai a superare il suo benchmark (in termini di performance), anche se su un periodo di 3 anni migliora rispetto ad esempio alle performance (sempre rispetto al benchmark) ad 1 e 5 anni. (IL CONSIGLIO E’: TROVA UN PRODOTTO CHE PRESENTI UN BA PIU’ POSITIVO E PIU’ ALTO POSSIBILE IN TERMINI DI NUMERO, POSSIBILMENTE AD 1-3-5 ANNI).

Chiaramente sui prodotti a gestione passiva invece (fondi indicizzati ed ETF tradizionali, questa analisi ha poco senso).

Alla prossima! E mi raccomando, migliora la “media di battuta” del tuo portafoglio, adesso puoi farlo!

ESG, SRI, INVESTI COME MANGI?

Quante volte negli ultimi 2 anni hai sentito nominare questi termini? ESG, SRI?

Inizialmente era solo un gran casino, ma poi qualcuno (magari il tuo consulente) ti ha detto che in verità queste due paroline sono una vera e propria rivoluzione nel processo di investimento, perché sono delle sigle che indicano “rispetto dell’ambiente”, “politiche di gestione aziendale sane”, “rispetto delle persone”, “attenzione ai cambiamenti climatici”…eccetera eccetera.

Poi sono venuti a dirti che se investi in questi fondi/aziende che rispettano questi requisiti, SICURAMENTE avrai dei profitti maggiori, perché figurati, questo è il futuro, dove siamo tutti più buoni, più rispettosi dell’ambiente, più cordiali e disponibili con il prossimo, più rispettosi di ciò che ci circonda.

Quindi sono successe 3 cose nella tua testa:

  1. Hai pensato: UAO! Ecco qualcosa che manca nel mio portafoglio, quasi quasi compro un fondo/azione ESG!
  2. Hai pensato: UAO! Pensa, non solo investo, ma faccio anche del bene al mondo intero, perché sto mettendo i miei soldi a disposizione di società (una o più di una nel caso di fondi) più etiche
  3. Hai pensato: UAO! Sono sicuro (come ha detto il mio consulente) che non solo farò del bene, ma SICURAMENTE avrò anche dei profitti, perché storicamente queste aziende ottengono migliori benefici non solo sociale, ma anche economici nel lungo periodo

Ora, visto che il mondo degli investimenti non si divide in giusto o sbagliato, ma esistono diverse possibilità, lascia che ti chiarisca un po’ questo mondo, lascia che ti faccia vedere (in pratica) come valutare questi fattori, e lascia soprattutto che ti metta in testa qualche dubbio costruttivo, così che tu possa tornare dal tuo consulente (i miei clienti lo fanno, raramente ma lo fanno) e dirgli, “ma sai che non sono proprio convintissimo, rispiegami un attimo sta cosa!”.

Cominciamo…

Primo punto, facciamo chiarezza! “ESG” e “SRI” NON sono la stessa cosa, quindi vediamo le differenze:

ESG: Sigla che sta per Enviromental (Ambiente) Social and Governance, cioè indica un’azienda (oppure un fondo/etf di aziende) che hanno determinate caratteristiche (ESG appunto) ottimali, che vengono quindi analizzate e valorizzate insieme ai classici aspetti economico – finanziari.

Vediamo degli esempi pratici:

  • Enviromental: Se un’azienda rispetta l’efficienza energetica, riduce i livelli di inquinamento per esempio
  • Social: l’azienda è rispettosa e trasparente verso clienti/fornitori/mercato/investitori?
  • Governance: quanto guadagnano i manager, come sono retribuiti? Ricevono vagonate di soldi a caso oppure seguono un criterio etico e sostenibile? Le politiche interne di controllo (dell’attività amministrativa o dei comportamenti del Personale per esempio) sono rigide e chiare?

Bene, ora che abbiamo chiarito cosa significa ESG, quindi un insieme di caratteristiche, lo distinguiamo da SRI perché quest’ultima sigla identifica invece la sigla “Socially Responsible Investing”, ovvero delle STRATEGIE CHE COMPRENDONO TRA I VARI CRITERI DI VALUTAZIONE ANCHE QUELLI ESG!

Ma nelle strategia SRI ad esempio esistono anche altri criteri, come quello di “esclusione”, dove per esempio si escludono nella strategia di investimento le aziende che operano in certi settori (Armi/superalcolici ecc).

Capito la differenza? Immaginate gli aspetti ESG come un sottoinsieme del metodo di valutazione SRI.

Oooooola! Finalmente qualcuno che ti spiega in breve ed in modo chiaro come funzionano le cose, oggi mi sento molto ESG infatti!

Bene, proseguiamo…dai fammi la solita domanda…su..cosa aspetti?

Eccola! E ti pareva: ma IO INVESTITORE, COME CAVOLO UTILIZZO (NELLA PRATICA) QUESTE COSE?

Bene, prima di farti vedere COSA guardare e DOVE trovare tutte le informazioni, qualche piccolo avvertimento….

Innanzitutto, togliti dalla testa che investire secondo criteri ESG significa:

  1. Guadagnare sempre
  2. Perdere sempre meno di altri investimenti

Questo semplicemente NON E’ VERO! Se vediamo le performance dei principali prodotti a riguardo, possiamo renderci conto che per esempio nel 2018 molti di questi hanno fatto peggio di tante aziende giudicate “discutibili” lato ESG, quindi VIETATO generalizzare.

Inoltre, a livello di Fondi/etf, il “mercato” ha sempre ragione, quindi anche se il prodotto ci viene raccontato come “super performer” o ci viene mostrato uno storico sempre in salita, ricordiamoci che esiste una regola chiamata “ritorno alla media” che ci dice che alla fine il banco (mercato) vince sempre, mentre i prodotti (attivi o semi attivi) vanno e vengono.

Dall’altro lato, ricordati dei costi composti (più costi vuol dire meno rendimenti, se ti sei perso il mio ultimo articolo ti invito a riguardarlo) e questi criteri di selezione (ammesso che poi vengano fatti veramente a puntino) costano!

Quindi, come integrare tutto questo in una strategia di portafoglio?

Dunque, il mio suggerimento è quello di utilizzare la quota più “rischiosa”, destinata per esempio a singole azioni (su cui devi sempre e comunque fare analisi approfondite, se hai letto il mio libro lo sai) alternandole a prodotti ESG, se proprio desideri cimentarti in questa avventura.

Quindi ad esempio, in un portafoglio avrai un 5/10% massimo dove scegliere quei prodotti che dal punto di vista “ESG” si comportano meglio.

Bene, quindi come e dove li scelgo?

Premessa che esistono diversi metodi, ma quelli più semplici riguardano l’analisi del MS Sustainability Rating, effettuata appunto da Morningstar e che trovi QUI. Di seguito quindi la sezione relativa alla scheda del prodotto, dove troverai il giudizio ESG.

msrating.jpg

Mi raccomando, ricordati che questa è solo una delle tante valutazioni che devi fare di un titolo/fondo/etf! Controlla sempre anche i costi, la volatilità, e tutte le cose di cui ho parlato in precedenza (se non hai scaricato i nostri ebook, iscriviti al nostro chatbot sulla pagina Facebook di Colazione a Wall Street per riceverli gratuitamente).

E soprattutto, prima di fare investimenti ESG, dovremmo tutti cercare di essere più ESG anche come esseri umani.

Come sempre, se hai dubbi o domande ti invito a contattarmi, io resto sempre e comunque a disposizione.

Alla prossima!

Francesco

INFLAZIONE: QUANDO OGNI ANNO SEI SEMPRE PIU’ POVERO (SE NON INVESTI)

Vado al bar a prendermi un caffè, incontro il “Sig. Rossi”, cliente della Banca Pinco Pallo e vecchio amico di mio padre…

  • Buongiorno Sig. Rossi, allora come sono andati i suoi investimenti quest’anno?
  • Bene bene, pensi Dott. Casarella che ho guadagnato lo 0,5%…..
  • Ah….peccato!
  • ???!!Come peccato? Ma se ho guadagnato???!!
  • Si Sig. Rossi, in termini nominali, ma in termini REALI, lei ha perso 1,5%….
  • Scusi Dott. Casarella non capisco…..
  • Glielo spiego subito: ogni anno esiste un fenomeno economico chiamato INFLAZIONE, che tradotto in modo semplice significa un aumento dei prezzi, e quest’anno l’inflazione è stata pari a circa il 2%, un valore storicamente “nella media” degli altri periodi. Questo vuol dire che il valore ed il costo dei principali beni e servizi è salito appunto del 2%, perciò quando lei mi dice che il suo capitale quest’anno è passato da 10.000 a 10.050 Euro, io le rispondo che se prima comprava beni e servizi per 10.000 Euro, adesso LA STESSA QUANTITA’ le costerà 10.200 Euro. Quindi il suo 0,5% non è sufficiente a coprire questo costo…..e lei in termini REALI ha PERSO VALORE.

Ora, puoi ben immaginare la faccia di questi potenziali clienti, in casi che affronto realmente (lavorativamente parlando) quasi ogni giorno, e capire quanto sia importante capire bene la differenza tra rendimenti nominali e reali.

Vedi, ti dico questo perché a differenza di quanto si crede, investire bene, ed avere delle soddisfazioni (che tradotto significa una crescita del capitale, sia pur con alti e bassi, costante nel tempo) è questione di avere dei concetti molto chiari e relativamente semplici, stampati nella propria testa a caratteri cubitali, e l’inflazione è una di questi.

Ora veniamo alle cose PRATICHE, perché ormai se hai letto qualche altro mio post, sai benissimo che prima ti dico una cosa, ma QUI, e SOLO QUI, poi te la traduco anche in qualcosa di pratico, che puoi usare nel mondo reale (non in quello dei fanta-rendimenti o delle teorie assurde che si leggono in giro).

In questo caso specifico la risposta che dò alla tua domanda (bene, ma quindi?) è legata ad un’asset class molto particolare, le obbligazioni indicizzate all’inflazione!

Se non sai cos’è un’obbligazione, a questo link trovi la definizioni e su Wikipedia (e comunque te lo dico io in velocità, è un DEBITO EMESSO da una determinata azienda o Governo). Quando acquisti un’obbligazione, acquisti un debito di qualcuno, perciò TU DIVENTI CREDITORE.

Chiarito questo punto, andiamo avanti…

Solitamente, la caratteristica di questa particolare asset class è quella di “proteggere” il tuo potere di acquisto (vedi sopra) e quindi consentirti di ottenere un rendimento positivo in termini non solo nominali, ma anche reali.

Come funziona?

Caso pratico: Investi 10.000 Euro in un Titolo di Stato Americano, durata 10 anni (lasciamo da parte per un momento il rischio legato al tasso di cambio, adesso vogliamo capire il meccanismo dell’inflazione), che paga una cedola del 3% annuale (tecnicamente i Titoli USA legati all’inflazione si chiamano “TIPS”).

Ora, aggiungiamo il fattore inflazione (perché nella vita reale ESISTE)….ipotizzando sia del 2%.

Cosa vuol dire? Che il tuo capitale ogni anno (10.000 Euro) si RIVALUTERA’ AD UN TASSO MEDIO ANNUO DEL 2%, per 10 anni. Quindi alla scadenza, non avrai più 10.000 Euro, ma circa 12.200 Euro!

MA NON E’ FINITA QUI, perché anche la cedola (seppure fissa al 3% annuale), verrà ogni anno calcolata su un capitale via via maggiore, proprio grazie all’inflazione.

Mettendoci i numeri ad esempio, il primo anno prenderai 300 Euro di interessi (lasciamo da parte in questo caso il fattore tasse per semplificare l’esempio), in quanto è il 3% di 10.000 Euro. All’ultimo anno però, tu prenderai di interessi il 3% su 12.200 Euro (quindi 366 Euro). Capisci ora il POTERE in termini REALI dell’investimento?

Bene, ora che abbiamo inserito nel tuo portafoglio un nuovo concetto, ecco un elenco di alcune Asset Class che lavorano in questa logica:

  1. TIPS americani
  2. BTP Italia
  3. BTP I (legato all’inflazione Europea)
  4. BundEI (tedeschi)
  5. Gilt Indicizzati (Gran Bretagna)

Punti di attenzione:

  • Tassazione dei rendimenti (26% standard e 12,5% per i Titoli di Stato ed Enti Sovranazionali, tipo BEI/BIRS)
  • Rischio di cambio (se compri ad esempio TIPS sarai esposto al cambio Euro/Dollaro)
  • Diversificazione di portafoglio (la percentuale da destinare a ciascuna Asset Class)

Questo per le “obbligazioni” tradizionali.

Esistono poi altri strumenti in ottica di diversificazione come ad esempio:

  1. Fondi obbligazionari legati a titoli indicizzati all’inflazione (Inflation Linked)
  2. ETF obbligazionari con titoli indicizzati all’inflazione

Come sempre bisogna monitorare la qualità dei titoli all’interno di questi prodotti e, cosa sempre più importante…i costi!

Vuoi sapere quanto impattano i costi nei tuoi investimenti? Ecco un grafico tratto da “Il Piccolo libro dell’investimento” di (J.C.Bogle – Fondatore di Vanguard).

Un investimento di 10.000 Dollari in 50 anni. Rendimento nominale annuo del mercato, 7% e…”costo nominale annuo (come sono fantasioso) 2%”.

La differenza al termine del periodo si commenta da sola, ma il punto di attenzione che voglio passarti (e che deve rimanerti ben fisso in testa) è che ANCHE I COSTI SONO COMPOSTI!!!

Quindi se sfrutti l’interesse composto (ti ho messo un link se non sai cosa sia, STUDIALO), per i tuoi guadagni, purtroppo lo pagherai al rovescio nei costi, quindi PIU’ BASSI SONO MEGLIO SARA’ PER TE!

Nel grafico sotto, il primo anno la differenza è del 2% (pari al costo dell’investimento), ma già nei primi 10 anni “lasci sul tavolo il 17,2%”, mi raccomando.

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Come indicatore principale dell’inflazione si utilizzano le rilevazioni del CPI (Consumer Price Index) anche se in base alla tipologia di investimento esistono anche altri riferimenti

Sul sito EUROTLX ad esempio puoi iniziare a guardare qualcosa (seleziona per esempio “Titoli di Stato” – Italia – BTP Indicizzati) per farti un’idea.

E come sempre, per dubbi o domande, SCRIVIMI!

Alla prossima!

Francesco

QUELLO CHE DEVI SAPERE DI JOHN

Immagina che arriva un tizio e ti dice: vuoi investire in questo prodotto? E tu gli rispondi (magari scettico perché non lo conosci): “ma figurati, so già che vuoi fregarmi!”

Poi succede una cosa molto strana, diversa dal solito…perché la sua risposta alla tua obiezione è la seguente: non ti preoccupare, perché se vinci tu vinco anche io, ma se perdi tu, perdo anche io!

A questo punto rimani incredulo, la prima cosa che pensi è “ma cosa cavolo significa sta cosa, e soprattutto come può essere?”

Prima di risponderti, torniamo indietro al 1974, quando l’economista (premio Nobel ) Samuelson, chiede in ginocchio a qualcuno di creare qualcosa di diverso dai soliti fondi comuni, qualcosa in grado di “copiare” un paniere delle principali azioni americane (quelle quotate sullo S&P 500) in modo da confrontare questa performance con quelle dei gestori attivi (appunto dei fondi) e perché no, fare anche risparmiare qualcosa.

Nessuno coglie questa richiesta, nessuno si preoccupa di fare “qualcosa di diverso”, in fondo le cose vanno già bene così, perchè cambiare?

Poi arriva una persona, che nella confusione generale, alza la mano e dice ad alta voce: “lo faccio io!”

Così 2 anni dopo, nel 1976, crea il primo fondo indicizzato chiamato Vanguard 500 Index fund, per replicare appunto le 500 azioni dello S&P.

Una volta lanciato, la raccolta lato investitori però è così scarsa, che il fondo non ha nemmeno la disponibilità per comperare tutte le azioni componenti l’indice S&P500. “Abbandona il progetto” – gli dicono – “non funziona” – “il mondo va già bene così!” Lui non demorde però (anni dopo, la sua ostinazione e determinazione verranno soprannominate “la follia di Bogle”).

Eh già, perché alla data della sua morte, il 16 gennaio 2019, grazie al Genio di John Bogle (fondatore di Vanguard) quello stesso fondo ha un patrimonio da 400 Miliardi di Dollari, investirci costa appena lo 0,04%, e grazie a questo prodotto un altro GURU (di quelli veri) della finanza (Warren Buffett) ha da poco vinto una scommessa di 1 Milione di Dollari in quanto ha performato decisamente di più rispetto ad un fondo di Hedge fund gestito attivamente (7,1% annuo contro il 2,1%).

Ma sapete la cosa più bella di questo grande investitore? Come sempre non sono i risultati che ha conseguito a livello personale (il patrimonio personale alla sua morte è di circa 80 Milioni di Dollari, quanto un nostro Amministratore delegato guadagna in pochi anni) ma il valore che è stato in grado di dare agli azionisti.

Che dire poi del fatto che la sede di Vanguard non si trova al centro del mondo in palazzi alti chilometri con statue ed arredi sfarzosi, ma in un campus di Filadelfia, con uno stile minimal ed economico (mica vorremo far sostenere dei costi inutili agli azionisti?).

E sapete la cosa ancora più bella? Gli azionisti non sono altro che gli investitori stessi, coloro che comprano i fondi indicizzati Vanguard! Ecco perché i loro investimenti costano così poco, perchè i profitti della società (che poi sono i profitti degli investitori) vengono in parte retrocessi proprio tramite una riduzione quasi assoluta delle commissioni.

Adesso capisci perché quel signore sconosciuto, che ti guarda dritto negli occhi, sicuro di sé, ad un certo punto davanti alla tua obiezione ti dice “HEI, guarda che a casa mia vinciamo e perdiamo insieme, io sono dalla tua stessa parte!”.

Allora mio caro John, mentre rileggo ancora una volta i tuoi consigli nel libro “Il piccolo libro dell’investimento”, ti ringrazio con tutto il mio cuore, perché mi hai insegnato a credere nei sogni, a non mollare, a vivere per creare valore, non per toglierlo.

Grazie di tutto, mi mancherai!

Francesco

INVESTIRE IN MODO SICURO: E’ POSSIBILE?

Ciao #Wallstreeter, torniamo a parlare di un argomento che, soprattutto in Italia, piace tantissimo… L’INVESTIMENTO SICURO! Brrrr, quando sento queste due parole insieme mi vengono i brividi, per 2 motivi principali:

  1. L’investimento per definizione NON può essere sicuro (prima di saltare sulla sedia cerca di non fraintendermi, ci sono investimenti più tranquilli di altri, investimenti che garantiscono una probabilità di rimborso del capitale del 99%, ma per definizione esisterà sempre una probabilità di rischio!!!) , quindi le due parole insieme non hanno senso (si lo so che qui senti sempre cose diverse da quelle percepito in altri posti, mi dispiace ma se ormai hai letto un po’ dei miei articoli sai che sono estremamente diretto
  2. Cosa significa INVESTIRE? La definizione Treccani dice testualmente: “Impiegare utilmente risparmî (o somme in genere) in capitale o in imprese fruttifere.

 

“FRUTTIFERE”, che generano frutti, interessi. Bene, guardami negli occhi….vuoi dirmi che TUTTI gli investimenti che hai fatto nella vita sono SEMPRE stati fruttiferi? Ogni singola azione, società, fondo, etf eccetera eccetera in cui hai investito ti ha SEMPRE fatto guadagnare?

Se hai risposto “SI”, lasciamo la tua mail nei commenti che ti metto a disposizione il blog per spiegare a tutti il tuo segreto…

Se come immagino almeno una volta hai “percepito” sulla tua pelle cosa vuol dire “investire” e poi le cose vanno male (anche le perdite fanno parte del percorso), allora finisci di leggere questo articolo…

Se poi non hai mai “investito”, leggilo comunque (perché ti servirà) semmai decidessi di iniziare.

Quindi ecco che sia per la definizione di “Investimento”, che di “sicuro”, avrei qualcosa da ridire….figuriamoci con entrambe le parole insieme.

Bene, ora che abbiamo chiarito alcune cose, riprendiamo a parlare di quali alternative possiamo avere per impiegare il nostro denaro in qualcosa che ci consenta di avere una probabilità maggiore di restituzione del nostro capitale con gli interessi.

Dunque, facciamo un brevissimo riepilogo dividendo i nostri…si ok uso la parola “Investimenti” (anche se impropria) in base alla maggiore probabilità (non garanzia, ricordalo) di riavere indietro i propri soldi dopo un certo periodo:

PROBABILITA’ MOLTO ALTE

  • TITOLI DI DEBITO (OBBLIGAZIONI) DI ENTI SOVRANAZIONALI (BEI, BIRS)
  • GESTIONI SEPARATE (PRODOTTI ASSICURATIVI CHE FONDAMENTALMENTE SONO UN INSIEME DI TITOLI DI STATO, PER LA MAGGIOR PARTE)
  • CONTI DEPOSITO
  • CERTIFICATI DI DEPOSITO

 

PROBABILITA’ ALTE

  • TITOLI DI STATO
  • OBBLIGAZIONI DI SOCIETA’ PRIVATE
  • BUONI FRUTTIFERI POSTALI

 

Ok? Per tutto il resto (fondi, azioni, ETF) le probabilità sono variabili!!!

Ovvero, dipende da come investi i tuoi soldi, da che strategia usi, dall’orizzonte temporale, dal tipo di società in cui metti i soldi, perciò non confondere mai queste cose, perché potrebbe costarti caro!

Ora che abbiamo visto i principali strumenti, sappiamo che una delle leggi universali nel mondo degli investimenti è quella del rischio-rendimento.

Te lo spiego con un esempio pratico: se TRA due obbligazioni di 2 società dello stesso settore, ad esempio banche, dello stesso tipo, ad esempio senior e non subordinate, con la stessa durata temporale, una rende il 2% annuo e l’altra il 6%…ci faremo qualche domanda!

Detto ciò, le obbligazioni (che siano Titoli di Stato, di società, di enti sovranazionali) sono inserite all’interno della lista perché prevedono per definizione la restituzione del capitale a scadenza, salvo che poi abbiamo visto casi (Grecia, Parmalat, Monte Paschi) dove le cose sono andate diversamente.

Ma anche qui, se la società (o ancora di più lo Stato) che scegliamo non presenta rischi particolari, le probabilità saranno a nostro favore.

Spero di averti chiarito quindi la risposta alla domandina che ogni tanto ti si presenta ovvero: come investire in modo sicuro? Quando altri avranno la tua stessa domanda, invitali a leggere questo articolo.

Alla prossima!

Francesco

ALLARME BREXIT, ORA CHE SI FA?

Abbiamo tutti sentito la notizia, peraltro ampiamente preannunciata, che la Camera dei Comuni inglese ha bocciato l’accordo sul divorzio tra Regno Unito ed Unione Europea (432 no e 202 sì). Adesso assisteremo a quello che succede sempre, ogni dannatissima volta, quando si verificano eventi come questo…

La gente si fa prendere dal panico (lato investimenti sia chiaro, non parlo di politica) e quindi inizia a farsi tante (troppe domande) circa i “suoi soldi” a seguito dell’ennesimo scossone. Comincia ad avere paura, a credere che per forza di cose si debba fare qualcosa, agire, muoversi, scappare, come il nostro istinto primitivo ci dice di fare da moltissimo tempo in situazioni per noi incerte dove ci sentiamo indifesi.

Bene, lasciate che vi dica una cosa…la cosa migliore che potete fare in questi casi è: NIENTE! Non incollatevi alla TV o sui giornali per cercare di capire in anticipo quale sarà la prossima mossa dei vari Governi e cercare di avere quella “soffiata” che vi consentirà di perdere meno o guadagnare di più, rassegnatevi.

Forse 3 o 4 persone al mondo (al mondo ripeto) sanno esattamente cosa accadrà da qui in avanti, e voi (né tantomeno io) siete tra quelli. Perciò, se avete adottato una strategia di portafoglio flessibile anche (e soprattutto) in momenti di tensione ed incertezza come questi (mi auguro che voi o il vostro consulente ci abbiate pensato, visto che in chiave di Asset Allocation “Tattica” la data del 15/01/19 era nota anche ai muri, e questa sì che era prevedibile), la soluzione migliore è aspettare, non avere fretta, ed attenersi al vostro piano.

L’emotività non aiuta, andate a rivedervi (per chi è iscritto nel gruppo Facebook PRO) tutti gli articoli di finanza comportamentale di Andrea Mastromarino, che vi rendono coscienti degli errori che un investitore può compiere in situazioni come queste.

Per tutto il resto, ricordatevi sempre che il tempo, e solo il tempo, può essere il vostro migliore o peggiore nemico, dipende da come lo usate.

A presto!

Francesco

BROKER E TRADING ONLINE: I MILLENNIALS INVESTONO IN BORSA?

Probabilmente ne avrai soltanto sentito parlare perché non eri ancora nato o eri troppo giovane, eppure fino a pochi decenni fa investire in borsa era una pratica ristretta a pochi facoltosi individui che potevano permettersi le ingenti spese del broker e di rispettare i requisiti per i lotti minimi di acquisto/vendita delle azioni, fissate dal mercato di borsa. Poi la tecnologia ha preso il sopravvento, spazzando via il “vecchio” e cambiando le carte in tavola.

E così che oggi si parla di “trading online”, dove basta una connessione a internet e un conto presso un broker online per accedere alle borse di tutto il mondo ed a costi incredibilmente ridotti rispetto al passato.

Dinanzi a questo nuovo scenario ci si aspetterebbe che siano i Millennials, ossia la generazione di nati dagli anni ottanta in poi, ad apprezzare maggiormente l’industria del trading online, grazie alla loro innata predisposizione al rinnovamento e alla rivoluzione tecnologica.

Ma non solo: il quadro macroeconomico recentemente delineatosi mostra come, con ogni probabilità, quella dei Millennials sarà una generazione che difficilmente vedrà ricevere una dignitosa pensione da parte della Previdenza Sociale (se mai ancora esisterà). Per questo i giovani dovrebbero iniziare da subito a pianificare investimenti a lungo-termine per non farsi trovare impreparati quando la vecchiaia sopraggiungerà e non ci sarà molto altro ancora da fare.

Ed invece, secondo le statistiche recenti, solo 1 Millennials ogni 5 investe nei mercati azionari. Come si può spiegare tale trend? I principali ostacoli sono rappresentati dalla mancanza di fondi sufficienti per investire e dalla scarsa conoscenza dei mercati finanziari. La buona notizia è che entrambi possono essere superati con qualche accorgimento e investendo un po’ di tempo nell’accrescimento della propria alfabetizzazione finanziaria.

Innanzitutto occorre essere a conoscenza del fatto che esistono numerosi broker online che permettono di accedere ai mercati e di fare trading online senza importi minimi e con costi molto contenuti. In questo modo si può iniziare a creare un proprio portafoglio sin da subito, iniziando a depositare piccoli importi mensili (anche €20 o €50 al mese) ed effettuando investimenti regolari per un lungo orizzonte temporale.

Ad esempio, per chi vuole destinare una parte dei propri risparmi con piccoli versamenti periodici, si potrebbe pianificare un PAC (Piano di Accumulo di Capitale) che permette di investire piccole somme mensili in Fondi d’Investimento, ETF ecc.

I broker online più moderni mettono a disposizione anche moderne app, in modo tale che si possa fare trading e controllare il portafoglio direttamente dal proprio smartphone e in qualsiasi momento, in linea con le esigenze dei giovani.

Quali sono quindi i consigli principali per un Millennial alla ricerca di un broker online?

Innanzitutto egli dovrebbe iniziare delineando il proprio profilo personale, ossia valutando la propria esperienza, preferenze ed obiettivi. Sono un investitore alle prime armi o uno avanzato? Su quali prodotti e borse vorrei investire? Il mio è un orizzonte temporale di breve o lungo termine?

Queste sono solo alcune domande le cui risposte permettono di indirizzarsi verso una categoria di intermediari piuttosto che di un’altra. Ad esempio un investitore principiante preferirà una piattaforma semplice e intuitiva da utilizzare, laddove un trader esperto cercherà un broker che offra una piattaforma con strumenti e grafici avanzati.

Il passaggio successivo sarà quello quindi di iniziare la ricerca di un broker online valutando i vari intermediari presenti sul mercato (e assicurandosi che siano autorizzati ad operare in Italia dalla CONSOB). Per investimenti a lungo termine sarà sicuramente più conveniente affidarsi ad un broker DMA (Direct Access to Market) piuttosto che ad un Market Maker.

  • Il broker DMA consente infatti di immettere gli ordini direttamente in un mercato di borsa e di negoziare prodotti regolamentati (come ad esempio azioni, ETF, obbligazioni ecc.) godendo delle regole e della vigilanza degli enti regolatori.
  • Il Market Maker invece funge da controparte negli ordini immessi dall’investitore e permette di tradare prodotti opachi e poco trasparenti come i CFD e i prodotti a leva, i quali sono rinomatamente strumenti pericolosi, scarsamente regolamentati e idonei principalmente per le operazioni giornaliere e non per gli investimenti a lungo termine.

Per queste ragioni un broker DMA dovrebbe essere preferito ad un Market Maker.

Con molte probabilità un Millennial presterà particolare attenzione ai costi delle commissioni, così che queste abbiano un impatto ridotto sui rendimenti. Per le azioni è possibile ricorrere a vari strumenti per trovare i broker con le tariffe più convenienti, come questo tool per il calcolo delle commissioni offerto dal sito specializzato www.qualebroker.com. In aggiunta i Millennials saranno alla ricerca di una piattaforma con una grafica user-friendly, utilizzabile sia da desktop che da app.

Desidereranno anche che l’apertura del conto sia rapida e “paperless”, senza quindi doversi andare a scontrare contro la burocrazia che caratterizza le nostre banche italiane. Quelli alle prime armi avranno inoltre bisogno di un servizio di educazione e didattica offerto dal broker (ad esempio un tutorial per imparare a utilizzare la piattaforma, immettere gli ordini, ricercare un prodotto finanziario ecc.), nonché di un Servizio Clienti semplice da raggiungere in caso ci sia bisogno di ricevere chiarimenti o spiegazioni.

Per affrontare tutti questi aspetti con più semplicità è possibile confrontare i principali broker operanti nel settore con questo strumento per il confronto dei broker. In questo modo sarà possibile confrontare i broker per ogni categoria, leggere le recensioni e opinioni e arrivare alla scelta finale di quello più adatto in base al proprio profilo.

La scelta di un broker infatti è completamente soggettiva e varia da individuo a individuo: non è infatti possibile eleggere il miglior broker in assoluto e sarebbe sbagliato aprire un conto presso un broker solo perché ci è stato suggerito da un amico o parente. Occorrerebbe piuttosto armarsi di pazienza e seguire i passaggi illustrati in precedenza.

Come abbiamo visto, la scelta di un valido broker online è un fattore primario molto importante per aumentare le probabilità di ottimizzare i rendimenti nel trading online e non farsi divorare dai costi. Tuttavia tale scelta da sola non basta a garantire la profittabilità nel tempo: occorre infatti anche costruire una solida strategia di trading associata alla conoscenza della finanza comportamentale, ossia di quegli aspetti psicologici che influiscono nei comportamenti e nelle decisioni prese sugli investimenti.

Per questo motivo per raggiungere il successo nel trading online è fondamentale studiare con costanza, mantenersi sempre aggiornati e imparare dalle esperienze maturate in tema di investimenti, che siano esse positive o negative.