“Buy and Hold”, perchè preferirlo (soprattutto all’inizio)

Quanto volte lo abbiamo sentito, o lo abbiamo letto, che nella maggior parte dei casi l’operatività più saggia di un investitore (soprattutto alle prime armi) dovrebbe essere quella di stare sui mercati meno possibile.

Questo perché l’elevata operatività (soprattutto se fatta in modo poco consapevole o con un grado di preparazione base o intermedio) comporta 3 principali pericoli:

  1. COSTI ELEVATI
  2. MARKET TIMING SBAGLIATO
  3. STOCK PICKING SBAGLIATO

 

COSTI ELEVATI

Operativamente, soprattutto per i neofiti, si pensa che in fondo una banca valga l’altra, un broker valga l’altro, uno strumento valga l’altro, perché tanto gli investimenti sono “tutti uguali”. In verità, quando si passa qualche annetto sui mercati (prendendosi talvolta anche qualche scoppola) si capisce che operare con certe commissioni piuttosto che altre fa tutta la differenza del mondo.

Nell’esempio sotto, abbiamo confrontato su di un arco pari a 10 anni, le performance di 2 strumenti (entrambi che replicano l’indice S&P500) ma con una sola differenza…il costo.

In particolare la differenza di costi è pari tra i due prodotti al 1,10% annuo. Poco direte, peccato che su 10 anni la differenza (che poi si riflette in un tema di performance) sia pari ad oltre il 13% (su 100.000 Euro sono 13.000 Euro, così forse è più chiaro).

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Differenza di performance pagando in più 1,10% annuo di commissioni

Questo per non parlare ad esempio dei costi di compravendita (un conto è pagare uno 0,2% di acquisto ed un altro è pagare il 2-3%), oppure se operate con frequenze maggiori è importante confrontare le diverse piattaforme per capire quali tipologie di commissioni applicano (fisse, oppure variabili, quale tariffa minima, ecc).

Perciò nel lungo periodo fare attenzione ai costi è fondamentale.

MARKET TIMING SBAGLIATO

Insisto sempre che nessuno può prevedere l’andamento dei mercati. A maggior ragione se un investitore ha un livello di competenza medio-basso, sarà già molto importante individuare almeno la portafogliazione (asset allocation per usare un termine tecnico) più corretta per il suo profilo di rischio/orizzonte temporale/obiettivi.

Figuriamoci se si riesci andare a comprare (o vendere) un investimento esattamente nel momento migliore. Anzi purtroppo accade molto spesso che avvenga il contrario, specie per i piccoli investitori.

Questo perché solitamente i grandi player di mercato (chiamati anche “investitori istituzionali”) tendono a comprare secondo logiche opposte al piccolo risparmiatore (investendo in proporzione grossi capitali, in grado di far muovere i prezzi, tenderanno a comprare sui ribassi e vendere sui rialzi, in logica di Mean reverting)

Quindi in un mondo fatto di investitori con grossi capitali, squadre di analisti super informati e “connessi” 24 ore su 24, con Internet che oggi offre informazioni in tempo reale, il piccolo risparmiatore non può certo pensare di mettersi ad operare sui mercati e credere di essere “più furbo degli altri”, o peggio ancora di essere sicuro di avere “quell’informazione” che “solo lui sa (o capisce) mentre gli altri nel mondo invece restano sorpresi. Questo fa si che spesso il pubblico retail compri proprio “sui massimi” e venda proprio “sui minimi”. Non serve che vi dica che è un buon modo per perdere soldi (e poi ci sono le commissioni).

STOCK PICKING

La “selezione di titoli specifici” è difficile, perché innanzitutto bisogna saper leggere tante informazioni (a cominciare ad esempio da un bilancio) e perché anche operando in logica di analisi tecnica non ci si può improvvisare trader.

OGNI TITOLO NECESSITA DI UNA SUA OPERATIVITA’ PROPRIA! (non pensiate di usare la stessa strategia di trading con tutti i sottostanti). e scappate dai trader che dicono che la stessa strategia fa guadagnare con ogni asset class, vi stanno mentendo

Perciò quando ci si avventura nel mondo dei singoli titoli (ignorando una delle regole auree del piccolo e non solo risparmiatore, ovvero diversificare) scegliere le azioni che ci faranno guadagnare bene (o peggio ancora che genereranno una extra-performance, chiamata “alfa”, ) rispetto al mercato, è pura follia.

Perciò essere consci di questi 3 pericoli, significa fare già 100 passi avanti in più rispetto a tutti i poveri sventurati che domani si sveglieranno, accenderanno un PC, apriranno un conto reale con soldi reali, e penseranno di diventare milionari entro fine anno.

Voi siete più umili, voi siete Wallstreeters, quindi vi “accontenterete” di creare strategie profittevoli (che vedremo da maggio).

Alla prossima!

GIAPPONE, PAESE SU CUI VALE LA PENA INVESTIRE?

Lo avevamo promesso che questo 2020 sarebbe partito all’insegna degli spunti di investimento, in preparazione della nostra area riservata che partirà dal mese di maggio, con i portafogli modello, le strategie operative, e l’academy CAWS.

Oggi ci concentriamo su un Paese specifico, ovvero il Giappone.

Dal punto di vista economico, il Giappone rientra senza dubbio in quella categoria di Paesi definiti “sviluppati”, anche se dovremmo in verità parlare di Paese “obsoleti”, per via di alcuni dati che andiamo a vedere.

Innanzitutto la crescita, decisamente asfittica e molto in linea con il (preoccupante) livello italiano (anche se per il Giappone la situazione è comunque migliore), con una previsione per il 2020 (fonte OECD) allo 0.55%.

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CRESCITA PIL REALE

Ma l’aspetto più preoccupante è la situazione demografica, con una popolazione che invecchia sempre di più e che per ovvie ragioni vedrà un profondo squilibrio nei prossimi anni per quanto riguarda la gestione dei conti pubblici.

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TREND INVECCHIAMENTO POPOLAZIONE

A questo aggiungiamo che il Giappone presenta il più alto debito pubblico del mondo (certo anche qui le differenze con l’Italia sono migliori per tutta una serie di motivi, a cominciare dal debito NETTO comunque più basso), ma il valore resta comunque alto rispetto alla media degli altri Paesi (fonte: IMF).

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DEBITO PUBBLICO GIAPPONESE SU PIL (VS ALTRI PAESI)

Tra gli aspetti positivi invece un debito che al momento non presenta (pur essendo elevato in valore sia assoluto che percentuale) problematiche nella sostenibilità, e che al momento è detenuto da soggetti interni al Paese. Positivo anche il livello di spesa per l’educazione (tematica alla quale sono molto affezionato ed in cui credo, e che a tutti gli effetti rappresenta un buon moltiplicatore del PIL) e la bilancia commerciale del 2019.

Dal punto di vista finanziario invece, ci sono diversi aspetti da monitorare e su cui dobbiamo porre attenzione, in particolare:

Elevati livelli di leva per il settore bancario  (STORICAMENTE CAUSA DI PROBLEMI)

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Elevato rapporto del Buffett indicator (capitalizzazione mercato/PIL)

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Livello di CAPE SHILLER non proprio a buon mercato (Fonte: Starcapital)

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Anche l’inflazione (solitamente l’obiettivo della Banca Centrale è per un valore intorno al 2%) si mantiene storicamente bassa, il che conferma che dal punto di vista della spinta soprattutto dei consumi non ci siano pressioni al rialzo.

Anche andando a verificare la forza relativa del Nikkei225 nei confronti di un benchmark globale, notiamo come sia decisamente in fase di debolezza (nonostante una fiammata nell’ultimo trimestre del 2019), questo a prescindere dalle buone performance del mercato azionario dell’ultimo anno.

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Volendo andare a cercare oggi alcuni fattori positivi invece per l’asset class azionario Giappone è la decorrelazione (molto particolare peraltro) rispetto alla maggior parte delle altre asset class (qui sotto lo vediamo numericamente nell’ultima colonna a destra su un periodo di 20 anni)

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Perciò volendo andare a riassumere tutto quanto visto sopra per arrivare ad una conclusione, secondo noi:

  • dal punto di vista dei mercati azionari esistono decisamente alternative migliori, con maggiore forza relativa, con prospettive a livello di Paese più positive nei prossimi 3-5 anni, e con valutazioni più convenienti
  • il Giappone, qualora ci fosse qualcuno che volesse inserire questo tipo di asset in portafoglio, data la sua decorrelazione potrebbe essere inserito in quota parte come diversificazione (vedi ad esempio ETF in JPY) stante anche il valore di bene rifugio della sua valuta.

Qui trovate un elenco di possibili soluzioni a riguardo

Come sempre se avete opinioni o considerazioni a riguardo scrivetele pure nei commenti o rispondendo sui social.

Come valutare un titolo azionario senza farsi ingannare dal rapporto P/E

Quando parliamo di analisi a livello di titoli azionari, di settori o più in generale di interi mercati, una delle logiche più utilizzate è quella dei multipli, cioè dei veri e propri numeri (solitamente calcolati come rapporto tra due grandezze) che ci indicano sostanzialmente “quante volte” si verificano determinate cose.

Tra questi multipli, il più nominato, e purtroppo (poi vedremo perché) utilizzato è il rapporto prezzo/utili.

La formula è semplice: P/E= prezzo (dell’azione)/ utile netto

Possiamo calcolarlo in 2 modi:

  1. (Prezzo azione * numero azioni)/utile netto ==> qui ci riferiamo come numeratore alla capitalizzazione di mercato
  2. Prezzo azione/EPS (Earning per Share, qui a denominatore prendiamo l’utile della singola azione)

Il significato ci dice “quante volte l’utile della società è compreso nel prezzo attuale”. Se ad esempio il P/e = 10, significa che il prezzo attuale “incorpora” l’utile netto di 10 volte (tipicamente un valore medio è intorno a 14).

Solitamente un valore elevato indica titoli “sopravvalutati”, e viceversa. (In caso di perdite ovviamente il rapporto P/E non ha senso).

Ma torniamo al quesito di base, ovvero cercare di capire “perché” questo multiplo, usato e menzionato spesso in centinaia se non migliaia di analisi, è in realtà fuorviante.

Cominciamo con il dire (e forse già questo basterebbe) che si tratta di un indicatore “statico”, cioè un numero che si riferisce esclusivamente alla situazione attuale, senza fornirci un minimo di visione prospettica (in quanto potrebbe cambiare nei prossimi 2 minuti, esattamente come il prezzo del titolo quotato).

In secondo luogo, questo indicatore si presta molto spesso ad essere “preda” di manipolazioni di mercato,  quando ad esempio si utilizza l’utile operativo (o reddito operativo) invece dell’utile netto (così il denominatore cresce, il multiplo diminuisce ed il titolo sembra più a buon mercato).

A questo punto gli altri blog si fermerebbero qui, ma noi lo sapete siamo sempre pratici e concreti!

QUINDI ADESSO CHE ABBIAMO CAPITO CHE IL P/E NON VA BENE CHE FACCIAMO? COMPRIAMO A CASO?

Assolutamente no! In particolare noi facciamo diverse analisi innanzitutto della situazione Macroeconomica, della fase del ciclo in cui ci troviamo, dei mercati a livello geografico e settoriale, dei trend (tutto questo verrà mostrato ai nostri abbonati a partire da maggio) e solo alla fine arriviamo ad una “lista” di una ventina di titoli che andremo ad analizzare in dettaglio con i bilanci (approccio definito ”top down”).

Perciò immaginiamo di aver ristretto la nostra analisi fondamentale a 15 titoli, tra le primissime cose (e ve lo lasciamo come spunto PRATICO) andremo ad approfondire i seguenti micro aspetti della società:

  • Verifica di redditività (ROI/ROE elevato?)
  • Indebitamento contenuto? (adeguata copertura Oneri fin. Con EBIT)
  • Generazione Cashflow elevata? (per stabilità in fasi di incertezza)
  • Multipli di mercato inferiori a media di settore? (almeno 5 multipli in più)
  • Bassa variabilità negli Utili netti storici e con tendenza crescente

Queste sono solo “alcune” delle analisi certosine che andiamo a fare per i singoli titoli, a cui poi abbiniamo una mole di dati decisamente superiori e che andiamo ad integrare con l’analisi tecnica.

Si richiede tempo, e si…è faticoso ma…questo ripaga decisamente di più che comprare ad cazzum!

E si…gli abbonati avranno il file Excel già bello che pronto (dovrete “solo” , si fa per dire) inserire i dati delle aziende che vorrete analizzare…e si…vi diremo anche dove trovarli!

Voi come le valutate le aziende? Comprate solo in presenza di un P/E basso? Speriamo di avervi acceso qualche lampadina e diteci nei commenti come operate.

A presto

 

COME FISSARE I PROPRI OBIETTIVI FINANZIARI A FINE ANNO

Ciao Wallstreeters,

spero che vi siate goduti il Natale, riposati un po’ e scritto gli obiettivi per il prossimo anno. Vi ricordo a tal proposito che domani sera alle ore 21 sulla nostra pagina Facebook ci sarà la diretta con le principali novità relative al 2020, mi raccomando non perdetevela perché ci saranno anche delle sorprese e delle scontistiche per alcuni di voi.

Detto questo, non mi andava di chiudere l’anno senza un articolo utile per il 2020, quindi ho pensato a lungo a cosa scrivere, alla fine ho ritenuto opportuno un approfondimento su quelli che sono gli obiettivi economico-finanziari e di come fissarli.

“Un obiettivo è un sogno con una scadenza” (diceva qualcuno). Vero in parte secondo me, perché se hai come obiettivo avere 500.000 Euro entro fine 2020 e parti da zero, pur essendo effettivamente un obiettivo, è decisamente al di fuori della tua portata.

Perciò esaminiamo quali tipologie di obiettivi finanziari potremmo porci, ve ne cito qualcuno in modo che possiate prendere qualche spunto:

  • Incrementare il mio reddito mensile del 10% entro dicembre 2020
  • Risparmiare il 15% in più del mio reddito a partire da gennaio 2020
  • Incrementare del 20% la liquidità del mio conto corrente (nome banca) entro dicembre 2020
  • Creare 1 entrata automatica nuova da minimo 50 Euro/mese entro giugno 2020
  • Impostare un Piano di accumulo da gennaio 2020 per ottenere 50.000 Euro entro 10 anni per mandare mio figlio all’Università
  • Ridurre di euro 5.000 il mutuo sulla mia casa entro dicembre 2020
  • Creare un portafoglio titoli da almeno 20.000 Euro entro maggio 2020
  • Iscrivermi ai servizi Premium di colazione a Wall street entro maggio 2020 (questo ve lo consiglio particolarmente J))
  • Utilizzare la mia carta di credito fino ad un massimo di 500 Euro mensili da gennaio 2020
  • Aumentare il valore delle mie attività del 5% e ridurre quello delle mie passività del 10% entro dicembre 2020
  • Risparmiare 200 euro al mese per la vacanza in Nepal ad ottobre 2020 (senza dover fare prestiti)

Ci siamo capiti? Questi sono obiettivi sensati, che migliorano la vostra qualità della vita, e che fanno TUTTA LA DIFFERENZA DEL MONDO per avere una vita finanziariamente migliore.

IMPORTANTISSIMO: SCRIVETELI ENTRO IL 31/12 SU UN FOGLIO DI CARTA, DA CONSERVARE IN UN POSTO CHE POSSIATE VEDERE OGNI GIORNO E CHE NON RISCHI DI ROVINARSI

Sono ormai diversi anni che imposto i miei obiettivi annuali, e per quanto il lavoro sia impegnativo sia come tempo da dedicare sia come sforzo mentale, ne vale assolutamente la pena.

Non ho numeri precisi, ma posso dirvi che statisticamente operando in questo modo, riuscirete ogni anno a raggiungere almeno il 70% degli obiettivi che avrete scritto, mica male!

Ogni anno, questa pratica vi fa crescere perché fissa dentro di voi abitudini positive e costruttive, così mentre gli altri correranno all’Unieuro a comprare un televisore più nuovo, voi starete mettendo i mattoncini per qualcosa di speciale, dal valore infinitamente più grande!

Ci vediamo domani sera

Francesco

ANALISI FONDAMENTALE VS ANALISI TECNICA: CHI HA RAGIONE?

Spesso sento fare a bastonate i principali “esperti” (tanti, troppi) che pretendono di avere la verità in tasca a proposito del fatto che “l’analisi fondamentale è più performante dell’analisi tecnica” e viceversa.

Il mio punto di vista su questo in verità è il seguente:

ANALISI FONDAMENTALE E TECNICA SERVONO ENTRAMBE, E DEVONO VIAGGIARE INTEGRATE

Adesso vi spiego perché…

Facciamo però un passo indietro brevissimo per spiegare in modo pratico e sintetico cosa sono queste due analisi:

  • ANALISI FONDAMENTALE: l’analisi che studia i bilanci di una società, il settore in cui opera ed il mercato
  • ANALISI TECNICA: studia i grafici dei prezzi

Le principali critiche mosse da una fazione verso l’altra sono le seguenti…

L’analista fondamentale dice al tecnico: puoi studiare tutti i grafici che vuoi, ma se non sai che una società fa schifo o che è ottima sarai in balia perenne dell’incertezza

L’analista tecnico al fondamentale: un’azienda può essere buona quanto vuoi (o schifosa quanto vuoi), ma se in quel momento il mercato (tramite i grafici) esprime un determinato trend, dei tuoi bei bilancini non ci fai proprio nulla

Dunque esaminando queste obiezioni non possiamo certamente dare torto a nessuno, e nemmeno ragione ad entrambi.

Quindi torniamo all’assunto fondamentale, ovvero che servono entrambe le analisi.

Come possiamo integrarle allora all’interno di una strategia di investimento?

Anche qui, sintetizzando il più possibile (per tutti i dettagli ed approfondimenti rimandiamo al prossimo anno dove gli iscritti alla nostra area riservata vedranno tutto approfonditamente e nella pratica) l’utilizzo corretto di entrambe dovrebbe essere il seguente:

L’ANALISI FONDAMENTALE MI SERVE COME FILTRO, OVVERO MI SERVE PER SELEZIONARE UN DETERMINATO NUMERO DI AZIENDE DI QUALITA’ SU CUI INVESTIRE. L’ANALISI TECNICA MI SERVE, SULLE SOCIETA’ SELEZIONATE GRAZIE ALL’ANALISI FONDAMENTALE, PER CERCARE UN BUON PUNTO DI INGRESSO SFRUTTANDO I GRAFICI DEI PREZZI

Fine.

Attenzione però ad una precisazione: ho più volte detto che non credo nel market timing, ovvero nel sapere esattamente il momento migliore per portare a casa un’operazione in guadagno. Ma nel caso sopra menzionato, con l’integrazione di entrambe le analisi (fatte correttamente sia chiaro), diciamo che sarò sicuro al 99% (la certezza non esiste) che il punto di ingresso sarà buono per il semplice fatto che la società da qui ai prossimi anni (non faccio analisi tecnica per operare intraday per capirci) presenta indubbie caratteristiche di crescita.

Detto ciò, vi faccio vedere un esempio tratto dalla mia operatività pratica, di cui ho ampiamente parlato in precedenza.

Ho comprato in data 24 aprile il titolo Electronic Arts a 94.87 dollari, con un prezzo obiettivo superiore ai 100 Dollari (se vi ricordate nel file Excel per la valutazione di un titolo azionario il “prezzo” equo dall’analisi diceva 118 addirittura).

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Ho venduto in data 2 luglio ad un prezzo superiore di 103,05 dollari con un rendimento quasi del 9% in poco più di 2 mesi (vedi sotto) che però si riduce ad un 6% pieno per l’effetto cambio (36% annualizzato).

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Il punto è che dall’analisi fondamentale quindi il titolo presentava (e presenta) bilanci buoni, ma l’analisi tecnica mi ha permesso di entrare (e soprattutto di uscire, come vediamo di seguito) ad un prezzo che per me avesse un senso logico.

Infatti ripropongo di seguito il grafico dal momento dell’operazione ad oggi…

Parte dal giorno dell’acquisto, mentre la freccia blu è il punto in cui ho venduto.

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Questo perciò mi ha permesso di vendere ad un livello che non si è ripresentato per i successivi 5 mesi (recentemente è tornato sui livelli della mia vendita), anticipando notevolmente il guadagno e soprattutto rendendolo più corposo su base annua (anche se il cambio ad oggi sarebbe migliorativo).

Perciò questo è uno dei vari esempi in cui analisi fondamentale (PRIMA) e tecnica (POI) lavorando insieme possono portare a buone operazioni.

Il prossimo anno all’interno dell’area abbonati vedremo molte di queste operazioni, al momento mi interessa che abbiate capito il giusto approccio ad entrambe le tecniche.

Vi auguro una buona domenica (adesso vado a festeggiare)

COME SCEGLIERE L’INTERMEDIARIO GIUSTO PER I TUOI INVESTIMENTI

Torno a scrivere a proposito di una richiesta che spesso mi viene fatta, ovvero “come scegliere la giusta banca/broker” per i nostri investimenti.

Innanzitutto lo sappiamo, il tema di costi è fondamentale, perciò andiamo a vedere quali sono i principali costi che possiamo trovarci a sostenere nella nostra operatività quotidiana:

  • Canone di conto corrente: da verificare consultando i fogli informativi, nella sezione “trasparenza” del sito della banca. Tolte ormai alcune banche online, questa voce è sempre più spesso a pagamento, perciò il costo mensile del canone va confrontato tra le varie offerte
  • Costo del deposito titoli: se devo investire dei soldi, gli investimenti che comprerò (etf, azioni, obbligazioni, certificati ecc) saranno tutti custoditi all’interno di un deposito titoli, che spesso può avere costi anche superiori ai 100 Euro annui, anche qui il confronto è d’obbligo
  • Costi di compravendita degli strumenti finanziari: quanto mi costa comprare un’azione sul mercato americano?

Soprattutto se operate su piccoli importi, con portafogli quindi pari o inferiori ai 10.000 Euro, capite bene quanto questa voce di costo sia importante. Infatti, se comprare un’azione ci costa lo 0,25% “CON UN MINIMO DI 9,95 EURO”, capite bene che nel caso io vada a comprare 1.000 Euro di azioni, l’incidenza di tale costo sarà di quasi l’1%, decisamente elevato per il mio ticket

Perciò anche la voce compravendita, soprattutto per chi opera frequentemente, deve essere attentamente valutata

  • I fondi comuni meritano una valutazione a parte, in quanto sul mercato sono tra i prodotti con i costi maggiori perché includono oltre ai costi di acquisto (e vendita talvolta) anche i costi periodici di gestione (superiori al 1/1.5% annuo), perciò all’interno di un portafoglio vanno considerati con le dovute cautele e secondo delle analisi che dal prossimo anno inseriremo nell’area abbonati
  • Imposta di bollo e tassazione dei proventi: la prima (imposta di bollo) è pari a 34,20 Euro annuali per i conti correnti con giacenze superiori ai 5.000 Euro, mentre sugli investimenti l’imposta di bollo vale lo 0,2% del controvalore investimenti annuale. Per la tassazione dei proventi, ricordatevi che attualmente l’aliquota dei profitti (salvo per titoli di stato ed equiparati che è al 12.5%) è pari al 26% (se investo 1.000 e mi ritrovo 2.000 dopo un anno, pagherò il 26% di (2000-1000) di tasse, 260 Euro). Questo al momento del realizzo (quando vendo)

Regime fiscale

Un discorso a parte merita il regime fiscale, anche questo sarà oggetto di approfondimento nella nostra area riservata. In particolare, oltre al discorso della compensazione tra plusvalenze e minusvalenze (in Italia abbiamo una regola per cui sono “compensabili” solo perdite e guadagni classificati come redditi diversi) bisogna considerare il “regime fiscale” a cui andiamo incontro quando iniziamo ad operare lato investimenti.

I 2 regimi principali (oltre al gestito) per i privati sono:

  1. Amministrato: (usato nel 99% dei casi) dove la Banca agisce da sostituto d’imposta (si occupano loro di tutto per tassazioni e compensazioni varie) e si mantiene l’anonimato con il fisco
  2. Dichiarativo: (usato in piccola parte) significa che SIAMO NOI (con l’aiuto possibilmente di un commercialista) e dover tenere conto di tutte le movimentazioni, per poi tirare la riga a fine anno e capire se abbiamo guadagnato oppure perso, ed in caso di eventuali guadagni porteremo il tutto nella dichiarazione dei redditi. Nel caso di broker esteri si utilizza SEMPRE questo tipo di regime, perciò è importante tenerne conto per il bravo investitore

La differenza tra questi due regimi in particolare riguarda esclusivamente i redditi diversi (capital gain) ed è possibile optare per un regime o per l’altro e poi cambiare in corso d’opera.

Nel 2020 entreremo in dettaglio con operatività pratica, nel frattempo è bene per tempo iniziare a prendere confidenza con questi concetti

Come sempre se avete dubbi o domande scrivetele pure nei commenti o contattatemi in privato

Francesco

PERMANENT PORTFOLIO: MANUALE DI AUTODIFESA (PRATICO) PER INVESTITORI INTELLIGENTI

Ci siamo, come ogni anno iniziano a “fioccare” le previsioni più disparate degli esperti, sull’andamento (presunto) dei mercati per l’anno successivo. L’investitore non sa quindi chi ascoltare, non sa quale riferimenti prendere. Ma anche qui bisogna notare la sottigliezza di queste previsioni…

Perché vedete, pur cercando di predire il futuro, questi presunti esperti non si sbilanciano MAI, un po’ come la politica, così potranno sempre dire “si ma in verità intendevo questo invece di quello…”.

Vi faccio un esempio pratico…

Dire “la nostra propensione al rischio con un sovrappeso sulle azioni è rimasta invariata” ed ancora “restiamo sottopeso sui Titoli di Stato, mentre continuiamo ad apprezzare i titoli corporate

A questo punto l’investitore (spero) si chiede: ok ma quindi CHE CAVOLO DI PORTAFOGLIO DEVO COSTRUIRE?!

I TITOLI DI STATO CI SONO O NON CI SONO, LE AZIONI (QUALI) CI SONO O NON CI SONO?!

VOGLIO I NOMI, COGNOMI, CODICI ISIN, PERCENTUALI E COMPOSIZIONE TOTALE…SENNO’ PARLIAMO DI NULLA

Tutto chiaro?

Quindi facciamo noi qualcosa di diverso, e come ho detto nel video di ieri (che potete rivedere QUI) esistono due antidoti a questa superficialità incerta (come la chiamo io).

  1. Portafogli statici (adatti per chi ha poco tempo per gestire i propri investimenti ed un orizzonte superiore ai 10 anni)
  2. Portafogli dinamici (per chi ha tempo per gestire i propri investimenti, orizzonti inferiori ai 10 anni)

Ovviamente non si esaurisce tutto qui (non è così semplice) ed infatti nel 2020 avremo diversi servizi a riguardo proprio per affrontare con maggiore chiarezza, trasparenza e PRATICA (metteremo i nostri soldi) su questi temi.

Vediamo però un esempio pratico della prima tipologia (più semplice da implementare) relativamente ad un tipo di portafoglio statico, probabilmente il migliore che ci sia, il “permanent portfolio” di Harry Browne, sotto riportato:

  • 25% azionario globale
  • 25% obbligazionario di lungo periodo
  • 25% oro
  • 25% obbligazionario di breve

Qui infatti ci sono le principali asset class del mondo, semplici ma estremamente potenti (diciamo che eventualmente all’obbligazionario di breve termine, solitamente con orizzonte 1-3 anni, possiamo sostituire la liquidità, prodotti inferiori ai 12 mesi, ma con i tassi attuali non è consigliabile).

Capite che già un’indicazione di questo tipo è diversa dal dire ciò che “gli esperti” dicono (tutto e niente).

Ma andiamo oltre…nomi, cognomi e codici ISIN!

Cosa mettiamo in quelle 4 categorie dal 25% ciascuna? E come si sono comportate nel corso del tempo?

Ho preso per ciascuna asset class i seguenti strumenti:

  • 25% azionario globale: Lyxor MSCI World UCITS ETF [FR0010315770]
  • 25% obbligazionario di lungo periodo: Xtrackers II Eurozone Gov. Bond 25+ UCITS ETF 1C [LU0290357846]
  • 25% oro: WisdomTree Physical Gold [JE00B1VS3770]
  • 25% obbligazionario di breve: iShares € Govt Bond 1-3yr UCITS ETF EUR (Dist) [IE00B14X4Q57]

Il risultato su un portafoglio iniziale di 100.000 Euro, considerato (perché qui siamo seri) ANCHE IL PERIODO 2008/2009 è quello riportato sotto:

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Tutto questo con un RIBILANCIAMENTO ANNUALE (quindi una volta all’anno vado a riportare i pesi dei singoli strumenti ciascuno al 25% del valore totale di portafoglio) ed aggiungiamo anche un’ulteriore analisi:

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Come potete vedere, anche in un periodo “horribilis” come la grande crisi 2008, il portafoglio ha ceduto neanche un 5%, a dimostrazione della sua robustezza (perché attenzione: SEMPLICE NON SIGNIFICA INEFFICACE!, A DIFFERENZA DI CIO’ CHE VOGLIONO FARVI CREDERE).

Ed anche in momenti difficili, il Drawdown più marcato è stato (salvo migliorare in seguito) del 11.89%.

Tutto questo ci porta ad un rendimento annualizzato del 6.69% (lordo chiaramente, ma considerato che dovete ribilanciarlo appena 1 volta all’anno, direi niente male, considerato anche che quando il mercato era nel panico tutto sommato non ci sono state chissà quali preoccupazioni).

Ecco quindi che l’investitore medio, che tra mille analisi, quotazioni, previsioni, stime, numeri, nel dubbio può “trovare rifugio” su situazioni statiche, dannatamente noiose, ma porca paletta dannatamente performanti!

Dio benedica Harry Browne!!

Alla prossima

 

 

PERCHE’ IL GOVERNO MONTI NON AVEVA SCELTA!

Per svolgere bene il mio lavoro, ho il compito di non dover convincere le masse, come avviene in certi casi in politica, ma di farvi capire bene i fatti economici che accadono nel mondo per diventare investitori migliori.

Se questo talvolta significa essere “antipatico”, fa parte del gioco, ma i numeri sono numeri, e non mentono mai.

Quindi nel titolo, volutamente provocatorio, cerco di mettere una delle più grandi discussioni degli ultimi anni da un punto di vista meramente numerico, per cercare (se non di farvi cambiare idea, per i contrari) quantomeno per darvi un punto di vista diverso a riguardo.

Cominciamo!

Novembre 2011, Monti diventa Premier (ci resterà fino ad aprile 2013).

La colpa maggiore che gli è stata data è quella di aver mandato in rovina gli italiani con le sue politiche di austerità e le sue tasse malefiche, ma è davvero così?

Partiamo dal 2011…

La cosa che dobbiamo chiederci inizialmente è la seguente: come stavamo messi PRIMA CHE ARRIVASSE MONTI?

Cominciamo come sempre da un’immagine, l’andamento del PIL trimestrale!

Come potete vedere, dopo una breve ripresa dalla crisi del 2008, l’economia inizia a rallentare vistosamente già dalla fine del quarto trimestre 2010 (immagine sotto)

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Ci troviamo chiaramente (e questo anche a novembre 2011 con l’arrivo appunto di Monti) in una fase di forte rallentamento economico. Tutto questo mentre la crisi del debito, partita dalla Grecia, si abbatte con forza sui nostri Titoli di Stato, con lo “Spread” cresciuto a dicembre 2011 (anche qui non certo per colpa di Monti) a 500 punti base (immagine sotto).

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A questo punto, (e qui partono le polemiche) il governo Monti vara una serie di riforme definite “restrittive” ai fini di ottenere due cose fondamentali:

  1. far quadrare i conti pubblici 
  2. ridurre lo spread recuperando credibilità sui mercati (dove sempre meno persone erano disposte a prestarci denaro, se non a tassi di usura)

I critici a questo punto affermano che con questa manovra ha affossato la crescita ed impoverito l’Italia.

Per valutare queste critiche, dobbiamo quindi andare avanti ed approfondire il discorso.

Continuiamo con l’affermare che al tempo, ovvero nel 2011, il tasso di interesse sui nostri titoli di stato (prendiamo i BTP decennali) era del 7.1%, un livello (considerato il nostro debito pubblico già molto alto) NON SOSTENIBILE.

In questo caso la dinamica dello spread alto e del debito alto ha avuto 2 conseguenze principali:

  1. le banche italiane, piene zeppe di BTP nei propri bilanci, vedono causarsi con la salita dello spread delle perdite forti (se sale l’interesse, per la relazione inversa il prezzo scende). Perdite nel valore degli attivi significa anche riduzione della capitalizzazione. Qui passiamo all’economia reale, perchè meno capitale per una banca significa che, se il rapporto tra prestiti e capitale deve essere di 10 (stabilito da normative europee) ad esempio, meno capitale significa meno prestiti a famiglie ed imprese. CONSEGUENZA: I PRESTITI CALANO E L’ECONOMIA RALLENTA (PER NON DIRE SI FERMA)
  2. se il debito pubblico italiano è molto alto, e su questo paghiamo interessi sempre crescenti, i mercati ci percepiscono molto rischiosi (fino a quando saremo in grado di ripagare i nostri impegni?) e quindi sempre meno investitori (privati ma anche fondi pensione, altre banche eccetera) comprano il nostro debito, e quindi il rischio era di finire come la Grecia: perdere la fiducia (e quindi l’accesso) ai mercati finanziari e finire sotto l’ombrello della Troika che ci presta soldi (a condizioni dubbie) perchè nessun altro lo fa. Questo però significa anche un’altra cosa: tagliare la spesa pubblica (leggasi “servizi ai cittadini”, in Italia vale il 45% del PIL) per far quadrare i conti. Le famiglie e le imprese poi, vista la “crisi” hanno paura, quindi spendono meno, consumano meno ed investono meno (e cala il PIL).

Tutto questo già nel 2011, Monti arriva a metà novembre e trova questa situazione, voi cosa avreste fatto?

Quello che fa lui, con l’urgenza vista sopra, è una manovra che vale il 2.5% del PIL: 30 miliardi di euro lordi (20 netti): 12-13 miliardi di tagli alla spesa pubblica, 17-18 di nuove tasse. Di questi soldi, 20 miliardi servono per ridurre il deficit e 10 sono utilizzati per finanziare interventi per la crescita.

ATTENZIONE: NOTATE COME LE ULTIME MANOVRE SIANO STATE IN GRAN PARTE FINANZIATE IN DEFICIT (CIOE’ USANDO SOLDI CHE NON ABBIAMO, CREANDO ALTRO DEBITO). MONTI NEL 2011 (PER LA SITUAZIONE VISTA SOPRA) NON PUO’ FARLO. QUINDI MONTI HA DOVUTO DI FATTO TIRARE FUORI 30 MILIARDI SOLO CON TAGLI E RIDUZIONI VARIE, PERCHE’ PRENDERE SOLDI DI ALTRI NON ERA POSSIBILE

Non siete ancora convinti? Proseguiamo…

Approvata la Manovra (tra parentesi dalla maggior parte dei partiti dell’epoca) che parte ufficialmente nel 2012, vediamo la dinamica del PIL trimestrale restare in territorio negativo (non credo che già il PIL del 1 trimestre 2012 sia causa di Monti, ma anche assumendo ciò di fatto non cala ulteriormente rispetto a fine 2011) ed anzi inizia a riprendersi nei trimestri successivi (vedi immagine sopra).

In tutto questo, arriva (finalmente direi) la manna dal cielo di quel Santo di Mario Draghi che, dopo essere diventato Presidente della BCE nel 2011, impiega 9 mesi per far digerire a tedeschi e francesi che effettivamente serve fermare l’emorragia del debito (non solo per noi ma anche per altri paesi) e pronuncia (luglio 2012) la famosa frase del “Whatever it takes” (e credetemi, sarà sufficiente) che consente un ritorno alla “quasi normalità” del nostro spread (300 punti a dicembre 2012 dai 500 di un anno prima).

Ma anche qui voglio porvi una domanda: se l’Italia non avesse messo in regola (o quantomeno intrapreso un percorso per farlo) i conti pubblici, la BCE avrebbe potuto convincere gli altri Paesi della necessità di intervenire sul debito italiano? datevi una risposta…

Concludo (se ancora non siete convinti) con un’ultima annotazione di tipo economico…

Il debito cresce essenzialmente perchè ogni anno un determinato Paese spende più di quanto incassa (si chiama “deficit”). Perciò se hai un debito di 100, e nel corso dell’anno spendi 10 ed incassi 8, avrai 2 di debito aggiuntivo (semplifico per far comprendere il concetto).

Ora, se guardate l’immagine sotto, noterete che già nel 2012 passiamo da -3.7% a -2.9% (considerati gli interessi pagati sul nostro debito, che incidono pesantemente sui conti pubblici, ma ormai lo sapete).

Risultati immagini per istat andamento rapporto deficit/pil

Perciò riportare i conti in ordine, con una diminuzione del rischio Paese, e con la possibilità di continuare a finanziarci sui mercati, era la priorità assoluta.

Possiamo dibattere una vita se le riforme del decreto “salva Italia” siano state fatte bene oppure no, ma la direzione di quella manovra ha sicuramente intrapreso l’unica strada che ci avrebbe permesso di non finire ancora peggio.

Come sempre aspetto i vostri feedback!

Alla prossima

 

FALLIMENTO LEHMAN BROTHERS 2008: COSA POTEVA AIUTARCI?

15 settembre 2008: come non ricordare il fallimento di una banca che fino a qualche tempo prima era considerata una delle colonne portanti della finanza americana, la Lehman Brothers.

Molta gente è rimasta scottata da quell’esperienza e da quella crisi, e tempo dopo le critiche principali sono arrivate soprattutto alle agenzie di rating che non solo si sono accorte troppo tardi della bomba che stava per esplodere, ma soprattutto valutavano con rating super sicuri aziende che di fatto erano quasi morte.

L’investitore medio però, forse avrebbe potuto utilizzare un’arma in più, qualcosa che effettivamente avrebbe, se non salvato completamente il proprio capitale, quantomeno potuto accendere qualche dubbio in più, e quindi evitare magari l’investimento in determinate società.

Sto parlando dei CDS, acronimo che sta per “credit default Swap”.

Si tratta di strumenti derivati, che hanno un funzionamento simile alle polizze assicurative (se fallisce un emittente, e tu hai un CDS, qualcuno dovrà rimborsarti della perdita subita).

Ora, riferendomi al piccolo investitore, non pretendo certo che nel 2008 tu avessi un CDS su Lehman (anche perchè il valore minimo di sottoscrizione è 10 Milioni di dollari), ma il suo andamento (soprattutto di quello con durata 5 anni, il più rappresentativo) forse poteva aiutarti nelle scelte di investimento.

Vediamo come…

Parto da un’immagine a mio giudizio importantissima:

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CDS 5 ANNI PRINCIPALI BANCHE 2008 (FONTE: STATPRO)

Come puoi notare, tutte quelle linee rappresentano il valore dei CDS a 5 anni (nel 2008) di principali gruppi bancari (più alto è il valore del CDS più costa assicurarsi dal fallimento, quindi il titolo risulta più rischioso).

Notare come Lehman (linea rossa) inizi (insieme a Bear Stearns, anche questa in forte crisi ma a differenza di Lehman comprata da JP Morgan e quindi salvata) a deviare pesantemente da marzo 2008 in avanti, per staccarsi definitivamente dal gruppo nel mese di luglio.

Ora, nello stesso periodo (e qui sta il punto) i rating delle due principali agenzie (Moody’s e S&P’s) dicevano: A1 e A+

Ora giusto per farti capire, riporto di seguito la tabella con i rating delle agenzie menzionate sopra:

tabella-di-rating.gif

Capirai quindi che se guardando il “rating” Lehman sembrava solidissima, i CDS a 5 anni in realtà ci raccontavano una storia ben diversa, e questo non perchè le agenzie (o non solo) fossero brutte e cattive, ma perchè esistono delle differenze fondamentali tra Rating e CDS (ecco il motivo per cui un bravo investitore guarda entrambi):

RATING

CDS
FOTOGRAFIA ATTUALE, NON FUTURA DINAMICA IN OTTICA PROSPETTICA
SI ADEGUA LENTAMENTE AI CAMBIAMENTI DI MERCATO

SI ADEGUA ISTANTANEAMENTE AI CAMBIAMENTI DI MERCATO

Adesso capisci perchè se aspettavi di basarti sul rating, in verità stavi guardando una storia completamente diversa da ciò che il mercato (almeno quelli bravi) stava pensando, e quindi al taglio della torta non sono rimaste più fette da mangiare quando sei arrivato tu.

Adesso però hai letto questo articolo e non capiterà più, perciò attento e in gamba che al prossimo dolce saranno gli altri a doversi mettere in coda, non certo i Wallstreeters!

A presto

COME PERFORMARE SUI MERCATI SENZA PREVEDERE IL FUTURO

La scorsa settimana stavo riguardando l’andamento dei principali mercati azionari tra il 2018 e 2019:

La tabella è riportata qui sotto e riguarda sia il 2018, che il periodo dal 1/1/2019 al 28/10/2019

INDICE 2018 2019
Nasdaq (USA) -1% 25,5%
Ftse Mib (Italia) -16,1% 23,8%
Dax (Germania) -18.2% 22.4%
S&P500 (USA) -6.2% 21.2%
Cac40 (Francia) -11.9% 21.1%
Shanghai (Cina) -25.3% 18.5%
Eurostoxx600 (Europa) -15.2% 18%
MSCI World (mondo sviluppati) -10.4% 18%
Nikkei (Giappone) -12.1% 14.8%
Ibex (Spagna) -15.4% 9.8%
Ftse100 (Regno Unito) -12.4% 8.2%
MSCI EM (mondo emergenti) -16.6% 8%

 

Non occorre essere dei geni in matematica per capire che complessivamente nel biennio, nonostante un 2018 molto negativo su quasi tutti i tipi di investimenti, nel complesso il 2018/2019 si è rivelato molto positivo per quasi tutti gli investitori.

Ma la cosa molto interessante su cui voglio soffermarmi oggi è relativa a 2 concetti molto importanti che sottolineo sempre non solo ai miei clienti (quando gestisco i loro soldi), ma anche a me stesso (quando gestisco i miei).

In particolare, i 2 concetti sono i seguenti:

  1. Diversificazione
  2. Market Timing

Scusatemi se batto sempre sugli stessi temi, ma credetemi è solo perchè sono convinto che sia innanzitutto per il vostro bene, e che solo ripetendovi le stesse cose 10000000 volte alla fine le farete vostre e sarete investitori migliori con risultati migliori (se ci pensate il motivo per cui vi lavate i denti la sera prima di andare a dormire è solo perchè i vostri genitori ve lo hanno detto più o meno ogni giorno per i primi 10 anni della vostra vita no?)

Ma torniamo ai mercati…

DIVERSIFICAZIONE

Se andiamo a vedere i dettagli dei singoli paesi, anche in un mercato positivo come il biennio 2018-2019, 4 mercati su 12 (Spagna, Cina, Gran Bretagna e Mercati Emergenti) sono ancora in territorio negativo.

Questo vuol dire che se avessi puntato su un singolo paese, in 1 caso su 3 avrei potuto prendere quello sbagliato.

Invece voi avete imparato come funziona, avete capito che nelle decisioni iniziali della vostra “torta” (asset allocation in gergo tecnico) potevate ad esempio diversificare non solo per asset class (quindi le azioni ad esempio valgono il 50% del vostro portafoglio, il resto è in titoli di Stato, materie prime e così via) ma soprattutto per zone geografiche.

Immaginiamo infatti di avere un portafoglio da 10.000 Euro così composto:

  • 25% titoli di Stato USA
  • 25% obbligazionario Corporate IG (rating medio-alto)
  • 25% mercati sviluppati
  • 25% mercati emergenti

Ecco che nel periodo 2018/2019 la vostra performance sarebbe stata del 3.72% (con un rischio decisamente ridotto rispetto ad un portafoglio completamente azionario). La performance va considerata su base annua (quindi consideriamo poco meno del 2% annuo). Se vi sembra poco, considerate che oggi un BTP A 10 ANNI rende (annuo) circa un 1%….

Quindi capite bene il potere (e qui vi ho messo i numeri) della diversificazione anche in un biennio dove prima tutto va male, e poi tutto va bene (e voi sapete bene perchè lo avete letto sempre qui che per una perdita del 10% non basterà fare il 10% l’anno successivo per tornare al capitale di partenza, ma il 12%).

MARKET TIMING

Anche qui sottolineo una cosa già detta ma che è meglio ripetere…nessuno può prevedere l’andamento di mercato, nessuno, nè ora nè mai!

Quindi, l’unica cosa che possiamo fare è prendere consapevolezza della seguente affermazione:

il mercato ci offre dei rendimenti interessanti in un tempo adeguato, con un rischio più o meno ampio che noi possiamo scegliere!

Sta tutto qui! Perciò se qualcuno vi promette cose diverse girate i tacchi e filate via.

Tornando al nostro esempio pratico, dopo un 2018 molto negativo, diversi investitori hanno venduto la maggior parte dei propri investimenti presi dal panico, per paura di perdere ancora più soldi.

Questo è tecnicamente un errore, perchè sapete benissimo che allungando l’orizzonte temporale è matematicamente provato che i rendimenti negativi saranno sempre più ridotti.

Quindi vendere a fine 2018 voleva dire semplicemente “presumere” che il mercato nel 2019 sarebbe sceso ancora di più, e come detto prima questo non lo può sapere nessuno, quindi avete sbagliato in partenza!

Bravo genio, e quindi tu mi vuoi dire (così potete rispondermi) che sei entrato semplicemente nel 2019 perchè sei più furbo degli altri? Assolutamente no!

Infatti posso assicurarvi che io ero dentro sui mercati (vedere per credere sui post precedenti) SIA NEL 2018 CHE NEL 2019, ma posso dirvi che mentre il 2018 è stato negativo anche per me, nel 2019 (grazie anche ad analisi e dati che trovate nel blog) ho ritenuto che il mercato avesse ancora dei fondamentali solidi.

Così ne ho approfittato per incrementare la mia posizione, mantenendo però la diversificazione vista sopra (con l’aggiunta anche di oro e di singoli titoli come Intesa ed Electronic Arts di cui ho abbondantemente trattato).

Quindi come ripeto per l’ennesima volta nemmeno io ho la sfera di cristallo, ma attenersi a delle strategie precise sicuramente ci ripaga molto di più rispetto a qualsiasi altro metodo basato sull’intuizione o sulla preveggenza (cosa che su internet vende molto).

Perciò ricordatevi quanto detto sopra, e sappiate che nel 2020 vi aspetteranno grandi novità, perchè ci saranno cambiamenti molto importanti ed apriremo a diverse cose molto molto interessanti, il tutto restando sempre umili e continuando a studiare e praticare.

Alla prossima!