TWEET DI TRUMP, ROSSETTI, PANINI, INTIMO MASCHILE: INVESTIRE DE CHE?!

Qualche giorno fa leggevo un articolo sul Milano Finanza, a proposito di alcuni indicatori che vengono esaminati dagli investitori e dagli addetti ai lavori per muoversi sui mercati. Ultimo in ordine temporale, il Volfefe Index, ideato da JP Morgan, che mette in relazione la volatilità implicita dei Titoli di Stato USA a 2 e 5 anni con le dichiarazioni del Presidente Trump. Oltre a questo, tra le più strane invenzioni a livello di indicatori abbiamo anche il Lipstick index (creato da Leonard Lauder, Presidente di Estee Lauder) secondo cui un aumento delle vendite di rossetti ci segnala un periodo di recessione in quanto la gente opta per prodotti più economici a livello di cosmetica (in conseguenza di un calo dei redditi). Ma sbizzarendoci con la fantasia, esistono anche il Men’s underwear index, il Coke Index, il Tall Latte index, l’Hemlines index, l’R-Word Index, ed infine uno dei più conosciuti, il Big Mac Index (che di fatto confronta il potere d’acquisto delle diverse valute rispetto ai prezzi del famoso panino di McDonald’s, che dovrebbe tendenzialmente avere lo stesso prezzo in ogni parte del mondo).

Ora, lasciatemi dire (e sapete che qui non esitiamo ad esprimerci in modo forte sapendo che si tratta di fare il bene di chi ci segue) che a mio parere sono tutte delle grandissime CA……TE!

Primo perché se ci pensate, è un suicidio finanziario impostare le proprie strategie di investimento, con i propri obiettivi, sui tweet di una persona che oggi dice bianco e domani dice nero: tanto vale investire il 100% nel mercato azionario più rischioso che vi viene in mente che forse avrete più probabilità di portare a casa qualcosa.

Secondo motivo, veramente pensate che esista una correlazione tra l’intimo maschile (promosso addirittura da Alan Greenspan, ex Presidente della Federal Reserve) e la crescita economica di un Paese??

Terzo motivo, per chi non avesse letto il libro “a spasso per Wall Street” di Burton G.Malkiel (vi invito a farlo, e soprattutto vi invito a leggere il Capitolo 6) ci sono alcuni spunti a riguardo di cui vado a riassumerne brevemente il contenuto.

La frase più forte a mio giudizio è la seguente:

“i cicli” nei grafici dei titoli sono veri cicli tanto quanto lo sono le giocate fortunate o sfortunate di un normale giocatore d’azzardo. Il fatto che le azioni sembrino seguire uno schema di crescita molto simile a movimenti  di crescita in periodi precedenti, non dà nessuna informazione sull’affidabilità o sulla durata della crescita attuale. La storia può anche ripetersi a volte, ma con un’infinita varietà di conformazioni !

Non siete ancora convinti? Il ricercatore di mercato David Leinweber ha riportato la notizia che l’indicatore (se così possiamo chiamarlo) più correlato all’andamento dello S&P500 è il volume della produzione di burro in Bangladesh!

Ecco, a mio giudizio basta questo per metterci una pietra sopra e ridicolizzare chi veramente si affanna a cercare di dare un senso a queste cose (spacciandosi per un professionista) che molto semplicemente (come diceva Vasco Rossi) un senso non ce l’hanno.

Perciò cari Wallstreeters, vi prego, non cadete nella trappola e nell’effetto gregge di farvi coinvolgere in analisi ridicole come questa, per il semplice motivo che mentre voi perderete soldi, questi soldi (perchè ricordatevi il denaro non scompare, semplicemente cambia proprietario) andranno a chi queste pagliacciate le inventa, e vi farà spendere una montagna di soldi in commissioni di compravendita seguendo questi “oroscopi finanziari”.

Come sempre, non c’è di che!

Alla prossima

3 PRINCIPI PER AVERE UN PORTAFOGLIO CON IL “SEGNO +”

Qualche settimana fa ho inviato a tutti gli iscritti della mia newsletter (se ancora non sei iscritto puoi farlo QUI inserendo la tua mail nello spazio dedicato) un interessantissimo file excel che riassumeva i rendimenti degli ultimi 20 anni per le 10 principali Asset class in cui è possibile investire, tra cui l’azionario America, l’azionario mercati emergenti, l’obbligazionario High Yield ed Investment Grade, le materie prime, i Titoli di Stato Usa ecc..

Non so se tu sei uno di quelli che ha avuto modo di leggere attentamente COSA questo file ci può dire a proposito del tema investimenti, ma fermandoci ad analizzare il quadro d’insieme ci sono almeno 3 spunti interessanti che dovresti cogliere per la tua operatività sui mercati.

LA MEDIA E’ PIU’ FORTE DI TUTTO

Mi spiego meglio. Osservando i rendimenti di ogni asset class e di ogni singolo anno, ciò che emerge in maniera evidente è che non esiste una sola (e dico una) categoria di investimenti che ogni anno abbia sistematicamente guadagnato (troverai ovunque segni meno) ad eccezione della “liquidità” che tuttavia se lo immaginiamo come investimento ad esempio in strumenti monetari, in alcuni anni con rendimenti allo 0,10% avrà comunque chiuso in negativo per via delle commissioni.

Ciò significa banalmente che il rendimento medio annuo del 10.81% per la categoria Azionario Paesi emergenti ad esempio, è stato ottenuto come media di valori in cui a volte addiritttura (pensiamo al 2008) avresti preso direttamente in faccia un -53,3% in un solo anno, contro il 78,51% dell’anno successivo (quanti sarebbero stati in grado di non vendere e tenere i nervi saldi?). Il significato di quanto detto sopra è semplice:

sarà IMPOSSIBILE avere un rendimento ogni anno del 10% per tutti gli anni a venire, ma il tuo 10% (ammesso e sicuramente non garantito che sarà così in futuro) sarà frutto di picchi minimi e massimi da far vacillare anche il più esperto degli investitori

Perciò accetta questo dato di fatto ed agisci di conseguenza.

IL TEMPO E’ TUO AMICO

Vabbè “Francesco ormai sono anni che ci dici di avere un orizzonte temporale di medio-lungo periodo per costruire una strategia, ma io voglio investire massimo su 1-3 anni perchè quei soldi mi servono”. Molto bene, in quel caso allora non dovresti in primis investire sul mercato azionario.

In secondo luogo, con i tassi attuali (negativi su durate brevi, nemmeno la nostra cara Italia che fino a poco fa era tanto generosa) nemmeno su asset più tranquilli e adatti al breve periodo, perchè ci perderesti soldi…quindi non dovresti investire affatto!

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RENDIMENTI TITOLI DI STATO ITALIANI 1-3 ANNI

Ci vogliamo mettere i numeri? Parliamo dell’azionario America (chi non ha un bel fond/Etf su S&P500 in portafoglio?). Ebbene, se tu avessi comprato nel 2000, pur ipotizzando di avere 3 anni di orizzonte temporale (ti voglio proprio provocare) ecco cosa avresti portato a casa:

  • Anno 2000: -9.10%
  • Anno 2001: -11.90%
  • Anno 2002: -22.10%

Anche qui voglio metterti davanti ai tuoi limiti emotivi: saresti davvero riuscito mantenere in portafoglio il tuo fondo/ETF che dopo 3 anni ti segnava un bel -43,10%??

Guardati allo specchio e datti una risposta, che nel frattempo ti anticipo io: NO SE ERI PARTITO CON IL TUO FAMOSO “MA SI 3 ANNI O MENO BASTERANNO… POI ESCO”

MAGGIORE RISCHIO = MAGGIORE RENDIMENTO

Hai tenuto fede alla tua strategia iniziale, dopo 20 anni sei rimasto in sella, e ti accorgi che il rischio è stato ripagato. +10.81% di rendimento medio annuo per l’azionario Mercati emergenti, +7% l’azionario USA, +5.52% l’obbligazionario Investment Grade (società con rating affidabili) e se avessi avuto in portafoglio tutte e 10 queste asset class (se ti iscrivi alla newsletter lo potrai ricevere per sapere quali sono) il portafoglio avrebbe portato a casa un +6.34% annuo, mica male.

Però vedi, come sempre il premio maggiore è alla fine della sfida, quando quasi tutte le persone hanno mollato e solo tu sei rimasto sulla giostra a combattere, soffrire e ragire alle diverse turbolenze di mercato, ragion per cui hai raccolto il bottino pieno. Ma diciamoci la verità, quell’investitore che può dire veramente di aver tagliato il traguardo non sei tu, almeno non ancora.

Ma non ti preoccupare, dal prossimo anno costruiremo insieme una strategia perchè tutto questo possa accadere, dovrai solo imparare a conoscere te stesso, a capire quali sono gli errori da evitare, le principali (e corrette) strategie e le persone di cui fidarti (una di queste ti sta parlando in questo preciso istante).

Perciò ancora una volta siediti nel buio della tua stanza, parla con te stesso, con il l’investitore chiuso dentro di te, che vuole solo essere liberato, ed ascolta cosa vuole dirti, quali sono le sue paure, i suoi pregi, difetti, cosa vuole davvero dai mercati finanziari.

Poi accompagnalo fuori, fagli prendere un po’d’aria, e fagli sapere che dal prossimo anno, per i suoi investimenti, “Colazione a Wall Street” risponderà PRESENTE!

Nel frattempo scrivimi per qualsiasi informazione, dubbio o approfondimento

Alla prossima #Wallstreeter

IL CAPITALE NETTO: MITI E LEGGENDE

Ciao Wallstreeters, bentornati! Scusatemi se sono un po’ assente in questo periodo ma come potrete immaginare l’evento richiede molto lavoro e lunedì avremo anche una bella sorpresa.

Detto questo, ogni tanto anche io, preso dalle mille cose, dimentico pezzi per strada. In  particolare un lettore mi ha (giustamente) fatto notare che nel descrivere l’analisi dei titoli azionari (parlando in particolare dell’operazione Electronic Arts che ho chiuso qualche tempo fa) mi sono dimenticato di concludere l’aspetto relativo al Capitale Netto (questo mentre comunque vi ho già regalato il file per la valutazione complessiva).

Visto che non amo lasciare le cose a metà quindi, riprendiamo il discorso (per concluderlo) su quest’ultimo aspetto.

Iniziamo con la formula ed il concetto di base, ovvero:

ATTIVITA’ – PASSIVITA’ = CAPITALE NETTO

Questa formula è tanto semplice quanto potente, poiché graficamente sappiamo che in un bilancio (in uno stato patrimoniale per essere precisi) la colonna di destra deve essere uguale a quella di sinistra. Quindi nella colonna di sinistra abbiamo tutte le attività di un’azienda (già viste, comunque liquidità, crediti, immobilizzazioni ecc) nella colonna di destra abbiamo invece 2 componenti, il passivo (debiti ad esempio) ed appunto il Capitale Netto.

Cosa rappresenta quest’ultima voce? Semplice, il totale dei soldi messi dagli azionisti sia inizialmente che in seguito, mediante aggiunte successive o lasciando parte degli utili in azienda.

E’ composto da diverse voci, che sono:

  • Azioni privilegiate
  • Azioni ordinarie
  • Riserva sovrapprezzo
  • Utili non distribuiti
  • Azioni proprie

Andiamo a vederle una per una….

AZIONI ORDINARIE E PRIVILEGIATE

Le azioni ordinarie rappresentano la “proprietà” dell’azienda, e permettono tra le cose più importanti di ricevere i dividendi e il diritto di eleggere il consiglio di amministrazione, che poi determinerà la scelta dell’Amministratore Delegato. Sono anche i destinatari dell’eventuale vendita della società stessa.

Le azioni privilegiate invece non prevedono il diritto di voto, ma in caso sia di fallimento della società che di distribuzione dei dividendi hanno la priorità rispetto alle azioni ordinarie sul pagamento. Tipicamente le società più “appetibili” tendono a non avere questo tipo di categoria di azioni (o averne in minima parte) in quanto il pagamento dei dividendi NON è deducibile fiscalmente per l’azienda, contrariamente a quanto avviene ad esempio con il pagamento delle cedole (interessi) sulle obbligazioni ai creditori (ricordiamo che le obbligazioni sono debito, quindi vanno ripagate).

RISERVA SOVRAPPREZZO

La riserva sovrapprezzo delle azioni invece corrisponde a quella cifra che viene accantonata (e finisce nella composizione del Capitale Netto) relativamente alla differenza tra “valore nominale dei titoli” e successivo esborso da parte dei soci al valore attuale dell’azione (nel caso ad esempio di aumenti di capitale). Se ad esempio il valore nominale di un titolo è di 2 Euro ad azione ed il titolo si vende al pubblico a 5 Euro ad azione, 3 Euro sarà indicato alla voce sovrapprezzo.

UTILI NON DISTRIBUITI

Rappresenta la quota degli utili che l’impresa riesce a generare, ma che per scelta non viene usata per remunerare gli azionisti (tramite pagamento dividendi) ma resta accantonata in azienda. La voce “utili non distribuiti” quindi comprende, per un determinato anno, l’utile di esercizio al netto delle imposte, a cui eventualmente togliamo la parte distribuita agli azionisti (dividendi, qualora vengano corrisposti): ecco quella sarà la parte di denaro destinata a quella voce finale.

Ovviamente le aziende che riescono a fare utili vedranno questa voce crescere in modo costante, mentre le aziende con un valore negativo, nullo o molto basso di utili non distribuiti saranno aziende con politiche di dividendi molto aggressive (distribuisco in dividendi tutto ciò che produco) oppure aziende in perdita. Consideratelo un tesoretto di liquidità che solitamente l’azienda decide di tenere in casa per investire in altri progetti, ad esempio comprare eventuali aziende concorrenti, oppure ancora per effettuare in futuro un riacquisto di azioni proprie, perché l’azienda pensa che in tutte queste casistiche il “rendimento” dell’operazione sarà maggiore per gli azionisti rispetto al semplice dividend Yield da distribuzione.

AZIONI PROPRIE

Le azioni proprie sono come dice la parola stessa azioni della società che vengono riacquistate da quest’ultima, che può decidere (una volta che le ha ricomprate) di eliminare oppure di rimettere in circolo in un secondo momento. In quest’ultima casistica troveremo valorizzata la voce “azioni proprie” appunto (le azioni inserite in questa voce non ricevono dividendi e non hanno diritti di voto). Per capire se un’azienda è effettivamente redditizia lato capitale proprio la formula è:

ROE (RETURN ON EQUITY) = UTILE NETTO/CAPITALE NETTO

Il numero è espresso in percentuale (più alto è meglio è). Per avere però il numero CHE SERVE A NOI, bisognerà  sommare la voce “azioni proprie” al capitale netto (quindi al denominatore) e QUELLO sarà il vero tasso di redditività del capitale aziendale (aumentando il denominatore della frazione il numero sarà inevitabilmente minore).

Con questo abbiamo chiuso il cerchio e adesso si che avete veramente tutte le spiegazioni per lavorare al meglio sui vostro investimenti.

A presto e mi raccomando scrivete per qualsiasi dubbio o domanda

STAI PAGANDO TROPPO IL TUO INVESTIMENTO?

Lo abbiamo anticipato qualche settimana fa, parlando del fatto che è impossibile prevedere l’andamento di un certo titolo/asset class da qui ad 1 mese, 1 anno, 10 anni ecc…

Quindi l’investitore che (giustamente) vuole comunque investire cosa fa?  Tiene tutto sul conto corrente, con il capitale che ogni giorno viene letteralmente eroso dall’inflazione? Nemmeno per sogno!

Partiamo quindi con un ragionamento utile per chi attualmente ha questo problema (e poi daremo anche la soluzione tranquilli).

I dati storici (non solo degli ultimi 100 e passa anni ma anche di questo secolo) in verità ci danno un orientamento sia per ciò che riguarda il rischio, sia per il “range” di possibili rendimenti di una determinata categoria di azioni, rispettando però 3 condizioni fondamentali:

  • mantenere i costi estremamente bassi
  • avere un orizzonte temporale medio-lungo (10 anni minimo)
  • modificare il portafoglio il minimo necessario (in certi casi NON toccarlo proprio)

Rispettando le 3 condizioni sopra, e dando per scontato (cosa non vera ma la impareremo il prossimo anno) che la parte psicologica di finanza comportamentale sia conosciuta e gestita bene, aggiungiamo oggi un ulteriore strumento che può aiutarci nelle nostre analisi relative ai mercati azionari.

Prendo spunto da una ricerca svolta da Star Capital che vi consiglio assolutamente di leggere, e che potete trovare a questo link.

Partiamo dall’inizio, ovvero dall’errore di partenza: la maggior parte delle persone usa, per capire se il mercato è caro o meno rispetto ai valori “medi”, il Price/Earning ratio, ovvero (tradotto in italiano) il Rapporto Prezzo/Utili (P/E o PE la sigla).

Questo indicatore più è alto e più quel determinato titolo o quel determinato mercato saranno sopravvalutati, viceversa più è basso e più quel determinato titolo e quel determinato mercato saranno sottovalutati.

Sembra ovvio, ma preferisco sottolinearlo, LE STRATEGIE BASATE SU “COMPRO CON PE BASSO E VENDO CON PE ALTO” sono sbagliate, per un semplice motivo…QUESTO PE E’ INUTILE!

Lo è per dei motivi ben precisi…

  1. Gli utili delle aziende sono estremamente volatili
  2. Gli utili delle aziende (come i prezzi, che poi sono legati tra loro) sono molto difficili (se non impossibili) da prevedere

Per citare un esempio della ricerca sopra menzionata, il PE dell’indice S&P500 americano ha oscillato tra 7 e 77 punti dal 2009 al 2010!! Come fai a stabilire il valore “medio” o “in linea” di quel periodo??!

Ecco perché, OLTRE A TUTTA UNA SERIE DI ANALISI (vedi gli ultimi 135 articoli che ho scritto) andiamo a sostituire il PE “classico” con un indicatore forse non ugualmente preciso, ma sicuramente più corretto (quantomeno per identificare se ci troviamo in fasi di mercato con prezzi “cari” o “a sconto”): il CAPE di Shiller (da ora in poi CAPE).

Robert  Shiller è il nome dell’economista che lo ha progettato (professore a Yale). L’indicatore, la cui sigla sta per “cyclically adjusted price-to-earnings” ratio, è diverso rispetto al PE classico, in quanto mette in relazione il Prezzo attuale di un’azione (o di un indice) con gli utili CORRETTI PER L’INFLAZIONE DEI 10 ANNI PRECEDENTI!

Ora, l’implicazione che sta alla base di questo indicatore è la seguente: cercare di attribuire un valore più corretto e vicino ai VERI valori medi di PE, poiché 10 anni sono decisamente un periodo più affidabile di valutazione (se consideriamo poi che in media un ciclo economico dura 7 anni, e che questo recente è uno dei più lunghi della storia e dura da 11, capiamo il perché della scelta temporale di Shiller) per la stima degli utili societari.

Sulla base di questo modello quindi, se ad esempio la media storica del CAPE sul mercato azionario americano è di 16.6, ed oggi siamo ad un valore di 30, potremo ragionevolmente affermare che ci troviamo in una fase storica di mercato molto “cara” dal punto di vista dei prezzi, ecco quindi che questo aspetto andrà fortemente considerato nelle nostre decisioni di investimento.

Di seguito la situazione attuale (che potete trovare QUI) dei valori relativi al mercato azionario americano, dove possiamo notare come storicamente a valori molto alti sono sempre seguiti cali molto forti di mercato (1929, 2000, 2008).

shiller_CAPE.png

Per facilitarvi le cose, di seguito vi riporto, sempre in riferimento al lavoro di Star Capital, (perchè si ragiona sempre come se gli Stati Uniti siano l’unico mercato esistente, ma visto che vi conosco so che volete informazioni anche su altri mercati) i livelli di CAPE delle principali borse mondiali (solo qui trovate informazioni così ampie).

PAESE DATA AVVIO MAX MIN MEDIA
AUSTRALIA 1979 30,2 7,7 17,2
BELGIO 1979 31,9 4,8 15,4
CANADA 1979 60,1 6 21,4
DANIMARCA 1979 64,8 4 24,5
FRANCIA 1981 57,4 6,1 21,9
GERMANIA 1979 57,4 7,8 20,6
HONG KONG 1990 33 8,5 18,3
ITALIA 1994 53,5 6,2 22,1
GIAPPONE 1979 91,5 15,8 43,2
OLANDA 1979 37,9 4,6 14,8
NORVEGIA 1979 29,1 6,8 15,7
SINGAPORE 1982 38,1 9,8 22,1
SPAGNA 1990 39,6 6,4 18,3
SVEZIA 1979 81 4,8 23
SVIZZERA 1979 56,9 7,1 21,9
UK 1979 26,9 6 15,3
USA 1979 45,6 6,4 20,3
S&P500 1979 1979 44,2 6,6 21,4
S&P500 1881 1881 44,2 4,8 16,6
MSCI COUNTRIES 1979 91,5 4 21
ALL COUNTRIES 1979 91,5 4 20,1

NB: La voce “MSCI countries” contiene tutti i mercati tranne lo S&P500, “All Countries” invece lo contiene.

CONCLUSIONI

Da quest’ultima analisi è possibile vedere come periodi di CAPE elevati hanno nella quasi totalità dei casi portato a successivi periodi difficili dal punto di vista delle quotazioni, per il semplice fatto che “i valori” tendono sempre a tornare verso la media storica. Ora, questo può essere utile per sapere esattamente come si muoveranno i mercati? Assolutamente no!

Ma posso comunque utilizzarlo per 2 considerazioni importanti (le faccio nel caso specifico del mercato americano, attualmente con un CAPE DOPPIO rispetto alla media storica, perciò sopravvalutato):

  • Sapendo che esponendomi al mercato (americano in questo caso ma l’esempio vale per tutti) che al momento attuale risulta sopravvalutato, sarà opportuno OGGI PIU’ CHE IN ALTRI MOMENTI STORICI ADOTTARE UNA MAGGIORE DIVERSIFICAZIONE

 

  • Volendo entrare comunque nel mercato, poichè NON è possibile conoscere prima quando avverrà lo storno più violento, e quindi non volendo perdermi i profitti generati, potrò optare per una soluzione in modalità piano di accumulo, in modo che se da qui ad esempio a 3 anni dovesse verificarsi il famoso “mercato orso”, potrò incrementare i miei acquisti e beneficiare di prezzi più vantaggiosi

 

  • i valori del CAPE attuali andranno a comporre una parte degli elementi per un’analisi di mercato complessiva sui titoli in cui voglio investire (ad esempio insieme agli indicatori Macroeconomici, insieme ad altri multipli di bilancio, insieme alla valutazione dell’attuale situazione politica) per un’analisi più aprofondita

Ecco quindi che anche questo spunto ci potrà essere utile quando andremo a definire la nostra asset allocation relativamente al nostro portafoglio titoli.

Come sempre spero di essere stato utile (e pratico soprattutto) e vi auguro cari #Wallstreeters un buon weekend.

Alla prossima!

 

VALUTAZIONE TITOLI BANCARI: INDICATORI DA ANALIZZARE

Dopo il conto economico, cerchiamo di capire come funziona lo Stato patrimoniale di una Banca, e soprattutto quali sono le cose importanti su cui concentrarsi (lasciando perdere ciò che è superfluo).

Partiamo con il riassumere a grandi linee come funziona uno Stato patrimoniale di una Banca (dove ricordiamo il ragionamento è invertito, ovvero i depositi sono passività, mentre i finanziamenti che concede sono attività).

ATTIVO PASSIVO
investimenti (Titoli di Stato/altro) CAPITALE BANCA (AZIONI)
FONTI DI FINANZIAMENTO (OBBLIGAZIONI Senior/subordinate)
Finanziamenti a privati/aziende (prestiti-mutui ecc) FONTI DI FINANZIAMENTO (depositi/conti correnti)

Ecco l’illustrazione generale di come è suddiviso lo Stato patrimoniale. Mi soffermo un secondo su una questione che finisce spesso sui giornali, ma che la maggior parte degli investitori non riesce a comprendere, vediamo se riesco a spiegarvelo in 2 minuti.

L’affermazione è la seguente:

SE SALE LO SPREAD, I TITOLI AZIONARI DELLE PRINCIPALI BANCHE ITALIANE SCENDONO (SALE LO SPREAD QUINDI E SCENDE LA BORSA DI MILANO)

Dal bilancio possiamo vedere che investimenti come i titoli di Stato (la Banca “Monte dei Paschi ad esempio che acquista BTP) finiscono in bilancio nella parte dedicata alle attività. Quindi, (e qui sta la spiegazione) sappiamo che esiste una relazione inversa tra Prezzo e rendimento delle obbligazioni (a maggior ragione se a tasso fisso), di conseguenza il filo è il seguente:

Sale lo spread (che solitamente significa che salgono i rendimenti dei BTP). Se salgono i rendimenti dei BTP, scende il loro prezzo, che vuol dire in sostanza che scende il valore dell’investimento. Se scende il valore dei BTP, significa che se prima la Banca Monte Paschi aveva come attività 100 di BTP, adesso quegli stessi BTP varranno in bilancio 95 (per esempio). Il punto però è un altro (e qui come sempre andiamo “a fondo della questione”). Quando una banca (italiana in questo caso) chiede soldi, spesso si rivolge alla BCE (Banca Centrale Europea), che “a garanzia” di questo prestito concesso chiede ad esempio dei titoli come i BTP. Perciò se i BTP perdono valore, a fronte di un ammontare di prestito equivalente, le Banche dovranno fornire in garanzia più quantità di BTP (che valgono meno). Inoltre, essendo molte banche di fatto operanti su territorio italiano, un aumento del “costo” per lo Stato (+ interessi) quando chiederà soldi a prestito, si rifletterà inevitabilmente anche in un aumento di costo per le Banche (e più in generale per le aziende italiane) quando anche loro dovranno chiedere soldi al mercato.

Ora che spero di aver chiarito il legame “sale lo spread calano le azioni delle banche” andiamo avanti sul bilancio.

In particolare come detto nell’ultimo articolo, il bilancio della Banca ci aiuta a ricavarne la solidità, in base a degli indicatori (una sorta di equivalente dei multipli) che servono da confronto per valutare banche più o meno solide.

Prima di vedere quali sono, una precisazione importante: gli ATTIVI DELLA BANCA (quelli che nello Stato patrimoniale si trovano a sinistra, vedi sopra) non sono tutti valutati allo stesso modo, ma vengono “ponderati per il rischio”.

Faccio un esempio:

Una Banca ha 2 attività in bilancio:

  • 100.000 Euro: titoli di Stato
  • 100.000 Euro: finanziamento concesso all’azienda “XY”

I Titoli di Stato, essendo considerati MENO RISCHIOSI del prestito all’azienda “XY” hanno un fattore di ponderazione pari ad esempio a 0.5.

Il finanziamento concesso all’azienda invece, essendo considerato più rischioso, ha un fattore di ponderazione pari ad 1.

Quindi il Bilancio “ponderato” (quello giusto che dobbiamo guardare noi, le autorità di vigilanza, praticamente tutti quelli che “dovrebbero” definirsi investitori) risulta così aggiornato:

  • 50.000 Euro Titoli di Stato (100.000 X 0.5)
  • 100.000 Euro finanziamento concesso  all’azienda “XY” (100.000 X 1)

Quello che a prima vista può sembrare una cosa positiva (valutazione maggiore degli attivi rischiosi) in realtà non lo è, per un semplice motivo:

NEGLI INDICATORI DI SOLIDITA’ BANCARIA, CHE SOLITAMENTE SONO UNA FRAZIONE, E SONO ESPRESSI IN PERCENTUALE, GLI ATTIVI SONO A “DENOMINATORE” E VOI SAPETE DALLA QUINTA ELEMENTARE CHE IN UNA FRAZIONE, QUANTO MAGGIORE E’ IL DENOMINATORE, TANTO MINORE SARA’ IL RISULTATO 

Quindi avete già compreso un’altra importantissima verità, ovvero perchè le Banche in determinati periodi “chiudono i rubinetti”, il motivo è quello appena spiegato sopra:

dare più finanziamenti, a maggior ragione rischiosi, RIDUCE gli indicatori di solidità patrimoniale, con tutta una serie di conseguenze economiche, legali ed amministrative

Bene, quindi quali sono i principali indicatori per una Banca che dovete esaminare per capire quali stanno meglio di altre?

Vediamo l’elenco: nel prossimo articolo (oggi avete già il 90% in più delle informazioni dell’investitore medio) li andremo ad esaminare in dettaglio.

PS: INSERIAMO QUI INDICATORI SIA DI SOLIDITA’ CHE REDDITUALI CHE DI CREDITO, POICHE’ ANDREMO A METTERE INSIEME QUANTO APPRESO SIA LATO CONTO ECONOMICO CHE LATO STATO PATRIMONIALE.

  • CET1 RATIO
  • TOTAL CAPITAL RATIO (TCR)
  • LIQUIDITY COVERAGE RATIO
  • ROE (RETURN ON EQUITY)
  • EFFICIENCY RATIO
  • CREDITI DETERIORATI NETTI/TOTALE CREDITI NETTI
  • TASSO DI COPERTURA CREDITI DETERIORATI
  • SOFFERENZE NETTE/PATRIMONIO NETTO

A questi possiamo tranquillamente aggiungere un importante indicatore di rischio che molti di voi già conoscono, ovvero i CDS (Credit default Swap).

Alla prossima!

 

 

UNO STRAPPO ALLA REGOLA, REGALO N.2!

Non è mia abitudine, visto che i nostri report mensili (GRATUITI FINO AL 31.12.2019) solitamente vengono inviati solo agli iscritti al nostro Chatbot della pagina Facebook (per farlo basta scriverci un messaggio con scritto “START” in privato, andando qui).

Ma visto che vogliamo farvi vedere quanta qualità c’è dietro i nostri lavori, quanto impegno ci mettiamo tutti i giorni per darvi i contenuti migliori in ambito finanziario,

SOLO PER QUESTO MESE ANCHE PER VOI IL REPORT MENSILE DI AGOSTO! POTETE SCARICARLO A QUESTO LINK.

Buona lettura

 

ECCO IL REGALO CHE TI AVEVO PROMESSO!

Ciao #Wallstreeter, come promesso, prima di partire per un paio di settimane negli Stati Uniti (direzione S.Francisco) voglio lasciarti un piccolo regalo, in modo che fino al mio ritorno tu possa avere qualcosa (insieme al report di agosto, solo se sei iscritto al nostro chatbot, che uscirà sabato, per farlo basta mandare un messaggio in privato con scritto “start” sulla nostra Pagina Facebook) da poter consultare e per migliorare sempre di più la tua preparazione come investitore.

Di che regalo parliamo?

Parliamo di un file excel, dove troverai i rendimenti (ed i relativi rischi) delle principali asset class a livello mondiale dal 2000 ad oggi.

Come sempre prima di metterlo a disposizione ci sono alcuni punti che vorrei chiarire con te, affinchè il regalo sia più efficace ed utile per te.

  1. Dico sempre che i rendimenti futuri non si possono prevedere sulla base dei dati storici, infatti il punto più importante che a mio avviso riguarda questo file, è capire (negli anni peggiori) quanto hanno perso le diverse asset class (azionario, obbligazionario, materie prime ecc). Questo perchè ritengo sia un’ottima fotografia (a tal proposito guarda anche in basso la colonna “volatilità”) per capire (e questa volta si che guardiamo i dati storici) quanta “perdita” puoi aspettarti in un singolo anno sui diversi investimenti.
  2. Guardando i rendimenti anno per anno, puoi renderti conto del PERCHE’ dico sempre che per un investitore consapevole, il breve periodo (1 anno per capirci) è deleterio, perchè i rendimenti sono di anno in anno così diversi tra loro che se dovessi per sbaglio entrare nel momento sbagliato (ragionando appunto in ottica di breve) sarebbe praticamente un suicidio annunciato
  3. Sottolineo sempre che non conta prima il rendimento, ma prima il rischio. Bene, con la volatilità riportata nel file per ogni asset class potrai anche farti un’idea di cosa vuol dire avere un certo tipo di investimento in portafoglio piuttosto che un altro
  4. interessante immaginare un portafoglio composto di tutte le asset class riportate e rendersi conto di come “hanno interagito tra di loro” nei diversi periodi difficili di mercato (bolla internet, crisi immobiliare, fine 2018 dove praticamente quasi tutte le asset class sono decisamente calate)
  5. Per il 2019 i rendimenti sono gli ultimi disponibili, mentre abbiamo fissato come rendimento risk-free i rendimenti dei titoli di Stato USA a breve termine trattandosi di asset class a livello globale

Quindi il tuo regalo? PUOI SCARICARLO A QUESTO LINK!

Resto come sempre a disposizione per dubbi o domande a riguardo e ti dò appuntamento in America, dove sicuramente avrò modo di girare qualche piccolo video.

Alla prossima!

SERIE A DI CALCIO: QUANDO LA DIVERSIFICAZIONE FUNZIONA BENE!

Ho sempre evitato questo tipo di paragoni, in quanto li ritengo impropri per una materia come quella degli investimenti. Tuttavia, facendo un’unica eccezione alla regola, pubblico prima di andarmene meritatamente in vacanza negli Stati Uniti, un articolo che spero possa far capire alcuni concetti basilari del mondo investimenti anche ai più estranei della materia.

Di seguito vediamo la classifica del Campionato di Calcio di Serie A dal 2010 ad oggi.

ANNO

1 CLASSIFICATA 2 CLASSIFICATA 3 CLASSIFICATA 4 CLASSIFICATA 5 CLASSIFICATA

6 CLASSIFICATA

2010 INTER ROMA MILAN SAMPDORIA PALERMO NAPOLI
2011 JUVENTUS MILAN UDINESE LAZIO NAPOLI INTER
2012 JUVENTUS NAPOLI MILAN FIORENTINA UDINESE ROMA
2013 JUVENTUS ROMA NAPOLI FIORENTINA INTER PARMA
2014 JUVENTUS ROMA LAZIO FIORENTINA NAPOLI GENOA
2015 JUVENTUS NAPOLI ROMA INTER FIORENTINA SASSUOLO
2016 JUVENTUS ROMA NAPOLI ATALANTA LAZIO MILAN
2017 JUVENTUS NAPOLI ROMA INTER LAZIO MILAN
2018 JUVENTUS NAPOLI ATALANTA INTER MILAN ROMA

 

Negli ultimi 9 anni, su 20 squadre che ogni anno partecipano al campionato, se prendiamo le statistiche, ci accorgiamo che nelle prime 6 posizioni (quelle che contano per qualificarsi alle competizioni Europee, le più importanti) si posizionano quasi sempre le stesse squadre (Juventus, Milan, Inter, Napoli, Roma e Lazio):

PRESENZA DELLA SQUADRA NELLE PRIME 6 POSIZIONI NEGLI ULTIMI 9 ANNI

  • JUVENTUS: 8 VOLTE SU 9
  • MILAN: 6 VOLTE SU 9
  • INTER: 6 VOLTE SU 9
  • ROMA: 8 VOLTE SU 9
  • NAPOLI: 9 VOLTE SU 9
  • LAZIO: 4 VOLTE SU 9

Praticamente su una scacchiera di 54 possibili posizioni, ben 41 (i 3/4) appartengono alle “solite 6”.

Cosa significa questo? Significa che se il calcio fosse un ipotetico “investimento” (solo a titolo di esempio, da non confondere con le scommesse sportive che non ci riguardano e non c’entrano nulla) le “probabilità maggiori” di vedere nelle prime 6 posizioni una delle squadre sopra riportate sarebbero molto alte.

Lo stesso discorso probabilmente lo potremmo fare con qualsiasi Sport (pensiamo al Tennis, alla Formula 1, al Basket, sappiamo che storicamente sono sempre gli stessi a vincere).

Ora voglio che ti concentri bene sulla prossima frase, importante per capire il filo logico del discorso:

OGNI ANNO CI SARANNO SEMPRE 20 SQUADRE AI BLOCCHI DI PARTENZA, MA POTRAI SEMPRE CONTARE SU UNA RAGIONEVOLE PROBABILITA’ CHE AI PRIMI POSTI SI PIAZZERANNO LE SOLITE 5/6 SQUADRE

Perché succede questo? Semplice, perché ognuna di queste 5/6 squadre ha giocatori più forti, allenatori più bravi, società alle spalle economicamente più competitive, un pubblico maggiore di tifosi, maggiori sponsor, tutti ingredienti che ogni anno portano queste società a fare meglio delle altre.

Ora, è chiaro che sarà però molto più difficile indovinare ogni anno esattamente la squadra che vincerà il campionato, così come la squadra che si piazzerà al secondo posto, al terzo e così via. Infatti anche se la Juventus ha vinto gli ultimi 8 campionati, non è una garanzia che vincerà anche i prossimi 8.

E questo cosa mi dice sul mondo investimenti? Semplice, che non possiamo esattamente sapere quale sarà in un determinato anno l’asset Class (la squadra) migliore (molti analisti si lanciano in queste “previsioni” che hanno poco senso anno dopo anno, salvo sbagliare piuttosto spesso) tuttavia sappiamo che se ragioneremo su periodi medio-lunghi, e se non ragioneremo sulla singola squadra ma su un gruppo di squadre nel suo complesso, la probabilità di ottenere un certo tipo di risultati da un determinato gruppo di asset (le 6 squadre sopra) saranno a nostro favore.

Traduciamolo nella pratica:

Investire su un singolo titolo, sperando di puntare su un suo guadagno di prezzo, significa puntare sul fatto che una delle 20 squadre (a caso) possa vincere la serie A. Certo, alcune azioni (squadre) avranno più probabilità di altre, ma il rischio di sbagliare è alto, così come il rischio di una perdita forte in portafoglio (e quindi di ritrovarsi quella squadra magari al secondo, al terzo, o magari al sesto posto.

Attenzione però: anche investire su un gruppo di titoli (ad esempio tramite ETF o fondi) per un solo anno di orizzonte temporale, espone ad un rischio che in quell’anno specifico le “solite 6 squadre” non riusciranno a piazzarsi tutte nei primi posti (vedi sopra ad esempio gli anni 2012/2013/2014/2015), e che quindi le performance potrebbero non essere quelle sperate, anche se avremo diversificato bene con probabilità maggiori.

Ecco perché, puntando invece su un gruppo ben definito di squadre, con un orizzonte temporale di medio-lungo periodo (puntando quindi sul fatto che ad esempio nei prossimi 10 anni avremo principalmente queste 6 squadre, indipendentemente dall’ordine, nelle prime posizioni), ci darà molte più chance di conseguire un risultato che per “rischio-rendimento” sarà maggiormente prevedibile e gratificante.

Questo però non sarà l’ultimo post pre-vacanze. Infatti un bellissimo regalo (e sai che a noi piacciono) arriverà per gli iscritti alla nostra newsletter come sempre utile a supporto dei vostri investimenti.

Nel frattempo, visto che la Serie A è già cominciata, vi auguro buon calcio e buon investimento!

 

L’INVESTIMENTO AZIONARIO CHE I PROFESSORI NON INSEGNANO

Ciao,

oggi affrontiamo un tema a me molto caro, ovvero come svolgere un corretto processo di valutazione delle principali asset class in circolazione, su tutte azioni ed obbligazioni.

Le valutazioni che faccio qui sono molto diverse dal materiale che puoi trovare in giro, molto probabilmente diverso anche da tutto ciò che potrai leggere, ma posso dirti una cosa CERTA: ho a cuore (davvero) il tuo benessere economico.

SE ANCORA NON SEI ISCRITTO ALLA NOSTRA NEWSLETTER, TI SUGGERISCO DI FARLO QUI PER RICEVERE SEMPRE IN ANTEPRIMA I NOSTRI CONTENUTI!

Investire (davvero) in azioni

Mi sono sempre scervellato per trovare una risposta (giusta) a questa domanda: i dati storici, servono davvero a “predire il futuro”? Insomma: la storia si ripete? La risposta è…SOLO PER ALCUNI (POCHI) ELEMENTI!

Ma facciamo un passo indietro, e vediamo la differenza tra INVESTIMENTO e SPECULAZIONE che devi SEMPRE tenere a mente. Non sapere questa differenza può essere deleterio per i tuoi investimenti.

INVESTIMENTO: un asset che produce reddito

SPECULAZIONE: un asset che NON produce reddito

Da questa definizione che dovrai sempre avere vicino al PC che usi per investire, ricaviamo quindi la definizione di ricchezza:

La ricchezza è LA SOMMA DEI FLUSSI DI REDDITO (l’affitto di un immobile, i dividendi delle azioni, le cedole delle obbligazioni) generato dai tuoi investimenti

Tuttavia sappiamo (se non hai studiato matematica finanziaria all’Università non ti preoccupare, te lo spiego in modo rapido e semplice) che il reddito percepito OGGI ha per noi un valore MAGGIORE del reddito che percepiremo domani (perchè aumenta l’incertezza futura).

Questo ci porta a definire un’altra legge importante per ragionare a proposito della nostra ricchezza, quindi dei nostri investimenti, quindi dei nostri flussi di reddito: il fattore di attualizzazione.

Ovvero: SE OGGI INCASSO 100 EURO (CHE CHIAMEREMO “VALORE ATTUALE”, VA), QUESTI SOLDI OGGI HANNO UN VALORE MAGGIORE DEI 100 EURO CHE INCASSERO’ TRA 2 ANNI.  MA DI QUANTO E’ PIU’ ALTO QUESTO VALORE?

Girando la domanda in modo più semplice: I 100 EURO CHE INCASSERO’ TRA 2 ANNI, A QUANTO EQUIVALGONO OGGI?

La formula è la seguente:

VA = Reddito futuro / Fattore di attualizzazione^n.anni

E qui iniziamo a ragionare: immagina un fattore di attualizzazione del 10%, vuol dire che il fattore di attualizzazione a 2 anni equivale a 1,10^2 = 1.21 (sarebbe 1,10 al quadrato). Perciò se tra 2 anni incasserò 100 Euro, OGGI quei soldi per me valgono 100/1.21 = 82,64 Euro. Se questo fattore di attualizzazione fosse del 20%, avrei 1.20^2=1.44 e quindi il valore attuale dei 100 Euro che riceverò tra 2 anni equivale OGGI a 100/1.44=69,44 Euro.

PERCIO’ HAI CAPITO DOVE VOGLIO ARRIVARE?

Quanto più il fattore di attualizzazione è alto, tanto minore sarà il valore attuale. Detto altrimenti, un aumento del fattore di attualizzazione significa che il VALORE ATTUALE di un bene futuro diminuisce

Francesco ma che cosa c’entra questo con le azioni? Ci arrivo tra poco…

Qual è il fattore più importante che determina (PER ME) quanto vale questo “fattore di attualizzazione?” (da ora in avanti “FA” per semplificare) Risposta: IL RISCHIO!

Cioè, abbiamo visto sopra che più è grande “FA” più il valore attuale dei 100 Euro futuri sarà basso, quindi vuol dire che PIU’ “FA” E’ ALTO, PIU’ IO COME INVESTITORE STO ASSOCIANDO UN RISCHIO MAGGIORE al fatto di ricevere i 100 Euro tra 2 anni, e quindi  ESIGO un interesse maggiore OGGI!

Ecco che abbiamo il collegamento con il mercato azionario, ecco che in poche righe hai scoperto quello che il 99% degli investitori non capirà mai!

Il rendimento che può darti il mercato azionario (ora e per sempre) NON E’ LA DIFFERENZA TRA PREZZO DI VENDITA E PREZZO DI ACQUISTO (il capital gain)

Questa è una balla che raccontano i principianti, quelli che vogliono venderti la “formula magica” o il SUPER report con “le migliori azioni a sconto” o con “il portafoglio di azioni infallibile che compri a prezzi stracciati” (che NON si può prevedere).

IL VERO RENDIMENTO (NON SOLO DEL MERCATO AZIONARIO, MA ANCHE DI QUELLO OBBLIGAZIONARIO) E’ DATO DAI FLUSSI DI REDDITO (VEDI LA DEFINIZIONE SOPRA DI INVESTIMENTO) CHE POTRAI RICEVERE DA QUI FINO AL MOMENTO IN CUI LO VENDERAI!

SU QUESTO PARAMETRO SI CONCENTRA IL VERO INVESTITORE per determinare il valore del suo investimento. E sulle azioni, il nostro riferimento sono I DIVIDENDI!

E’ una scienza perfetta? No, ma ha decisamente molti ma molti meno margini di errore di qualsiasi altra tecnica predittiva nel mondo.

Aggiungiamo un’altra informazione importantissima che migliorerà ancora di più la correttezza delle nostre analisi: queste stime sono valide molto di più per un mercato azionario più diversificato, piuttosto che per un singolo titolo.

Tutto bello, ma la pratica? Ecco che qui non ci batte nessuno, perchè noi i soldi li investiamo (i nostri) davvero, e quindi ti diamo anche il risvolto pratico perchè è con quello che poi lavorerai!

A questo punto entra in scena il modello di Gordon con la seguente formula:

RM (rendimento atteso del mercato) = RENDIMENTO DEL DIVIDENDO + CRESCITA DEL DIVIDENDO

La formula sopra è valida per le azioni. Per le obbligazioni invece è ancora più semplice: il rendimento del dividendo equivale alla cedola periodica che ricevi, e la crescita del dividendo è pari a zero.

Ora, sicuramente qualcuno potrà obiettare che “il modello di Gordon” funziona solo per azioni la cui crescita dei dividendi è stabile, ovvero le aziende più mature! Infatti, ecco perché guardiamo al mercato e non ai singoli titoli, ed ecco perchè il riferimento temporale è il lungo periodo (e non i prossimi 1/3/5 anni).

Quindi andiamo avanti, in questa tabella ho riassunto (Fonte: Janus Henderson, report uscito da poco) la crescita dei dividendi degli ultimi 9 anni, con una stima dell’inflazione globale al 3% (questo perché a noi serve il valore REALE, ovvero rendimento nominale meno inflazione). Per la capitalizzazione complessiva invece la fonte è la Banca dati della World Bank.

     Anno Market cap Media Azioni globali (Miliardi USD) Dividendi    pagati (Miliardi di USD) Dividend Yield (D) Crescita Dividendi YoY (g) Rendimento mercato (D+g)
2009                 37.500,00 USD  650,00 USD 1,73% 7,30% 9,03%
2010                 47.500,00 USD  778,00 USD 1,64% 6,60% 8,24%
2011                 47.500,00 USD  946,60 USD 1,99% 21,70% 23,69%
2012                 47.500,00 USD   1.025,10 USD 2,16% 8,30% 10,46%
2013                 55.500,00 USD    1.066,40 USD 1,92% 3,20% 5,12%
2014                 61.500,00 USD    1.181,60 USD 1,92% 11,20% 13,12%
2015                 62.500,00 USD    1.159,90 USD 1,86% -1,80% 0,06%
2016                 63.500,00 USD    1.162,50 USD 1,83% 0,20% 2,03%
2017                 72.000,00 USD    1.252,50 USD 1,74% 7,70% 9,44%
2018                 74.000,00 USD    1.369,60 USD 1,85% 9,30% 11,15%
media                 56.900,00 USD    1.059,22 USD 1,86% 7,37% 9,23%
inflazione         3,00%
crescita reale         6,23%

 

 

Ancora una volta, guardando ai numeri, possiamo innanzitutto vedere come nell’ultimo decennio la “somma” del Rendimento dei dividendi (quarta colonna) e della Crescita dei dividendi (quinta colonna) sia inferiore rispetto a quella del secolo scorso (10%), dove mediamente sia il primo che il secondo parametro si muovevano di circa un 5% ciascuno.

Oggi non è più così, pertanto possiamo già fare (in base a quanto detto sopra) una prima considerazione:

NEL LUNGO PERIODO (SUPERIORE AI 20 ANNI) dobbiamo attenderci verosimilmente un rendimento dei mercati azionari (globale, poi da zona a zona cambierà ovviamente) inferiore rispetto al passato

Addirittura su orizzonti più brevi (5 anni, ma per quanto detto sopra va preso con le pinze) la società ROBECO stima dei rendimenti a livello azionario REALI intorno al 4.5%, quindi addirittura inferiori (QUI trovi il report).

Applico poi SEMPRE (viva l’umiltà, tutti possono sbagliare) uno scarto dell’ 1% (questo sulla base del fatto che lo stesso modello applicato nel secolo scorso prevedeva un rendimento del 9% a fronte di un rendimento EFFETTIVO del 9.90%).

Quindi riprendendo la tabella sopra, la crescita reale dei rendimenti (nel LUNGO periodo!) diventerebbe del 5,23%.

Le cose potranno cambiare? Potranno aumentare i tassi di crescita delle aziende? CERTO! Ma se questo succederà, il modello di Gordon andrà rivisto, le stime ricalcolate (anche se non credo che la differenza potrà discostarsi di molto) ma saprete sempre che numeri guardare e soprattutto saprete che, poiché i mercati sono volatili attorno ad un rendimento medio (parliamo sempre di lungo periodo mi raccomando) in caso di forti rialzi o ribassi potremo avere chiara la motivazione in quanto saranno evidenti gli scostamenti dalla media.

Chiudo con la risposta alla domanda iniziale, se la storia può aiutarci in qualche modo: come ho già detto nella mia ultima intervista TV (che puoi trovare QUI) non guardiamo la storia per “prevedere i rendimenti”, ma guardiamo la storia per calcolare quali rischi dovremo affrontare nel futuro, quindi dovrò fare riferimento a parametri come Maximum Drawdown e volatilità, che del passato possono fornirci una “stima” dell’entità dei potenziali fattori negativi per i nostri investimenti.

Oggi penso che abbiamo detto abbastanza, come sempre vi invito ad iscrivervi alla nostra Newsletter per ricevere in ANTEPRIMA i nostri contenuti.

A presto!

COME SCEGLIERE LA BANCA GIUSTA PER I TUOI SOLDI

Ci siamo lasciati l’ultima volta con l’analisi iniziale del conto economico di una Banca (QUI trovate l’articolo che vi consiglio di leggere PRIMA se ancora non lo avete fatto).

Approfitto solo per ringraziarvi del fatto che il nostro primo evento LIVE di ottobre a Milano (la “Business Breakfast”) è andato soldout in un mese!

Ma torniamo a noi, aggiungiamo oggi una precisazione ulteriore, ovvero il fatto che il “MDIM” (margine di intermediazione, equivalente al fatturato di una qualsiasi impresa tradizionale) può essere soggetto a rettifiche di valore come ad esempio i crediti (pensiamo ad esempio ai problemi che affliggono tutt’oggi le Banche italiane con i crediti deteriorati) piuttosto che ad esempio i Titoli in portafoglio, che a seconda delle valutazioni possono essere oggetto di riduzioni di valore nel bilancio bancario.

Bene, ecco che queste “rettifiche” pesano come “fattore di correzione” sul Margine di intermediazione, e quindi se le andiamo ad inserire all’interno del conto economico bancario avremo la seguente formula:

MDIM+RETTIFICHE/RIPRESE DI VALORE = RISULTATO NETTO DELLA GESTIONE FINANZIARIA

Questo numero ci dice infatti a quanto ammonta il “fatturato della banca” (MDIM) al netto delle “correzioni” su crediti e/o su attività finanziarie (azioni/obbligazioni) che pesano sull’attività bancaria. Ora però sappiamo che come tutte le aziende, la riga più importante (o una delle più importanti) risulta essere l’utile netto, perciò anche per le banche (come per tutte le altre aziende) l’utile è dato dai ricavi (già visti con le dovute rettifiche) ed i costi.

Capitolo Costi: anche qui non bisogna inventarsi nulla, perché solitamente i costi di riferimento per una banca sono quelli riportati nell’immagine sotto (ripresa dal conto economico del precedente articolo)

cec.jpg

CONTO ECONOMICO (SECONDA PARTE)

Come possiamo vedere, tra le voci principali di costo troviamo quelle AMMINISTRATIVE (somma di costi del personale, cioè i dipendenti della Banca ed altre spese amministrative) ed ammortamenti, oltre che ovviamente alle TASSE/Imposte.

In questo modo abbiamo quindi definito in 2 articoli (questo è quello precedente) ciò che DAVVERO bisogna esaminare nel conto economico di una Banca, ovvero:

  1. MARGINE DI INTERMEDIAZIONE (FATTURATO)
  2. MARGINE DI INTERESSE
  3. COMMISSIONI NETTE
  4. RISULTATO NETTO DELLA GESTIONE FINANZIARIA
  5. UTILE NETTO DI ESERCIZIO

Riprenderemo la prossima volta concentrandoci invece sullo Stato patrimoniale, ovvero dove andare a cercare (e poi poter confrontare per scegliere la Banca più adatta) gli indici di solidità aziendale. Una volta aggiunto quest’altro elemento, calcoleremo gli indicatori di redditività per avere un quadro aziendale completo e fare una valutazione migliore del 99% delle persone che “aprono il conto” o “investono in azioni/obbligazioni” in una Banca a caso.

Alla prossima