Piani di accumulo: cosa sono e come funzionano

Nella puntata odierna della rubrica mensile tenuta da Francesco Casarella e dedicata agli investimenti, parliamo di piani di accumulo e lo facciamo in un modo diverso rispetto al solito.

Vediamo insieme un po’ di teoria: i piani di accumulo sono degli investimenti periodici di denaro e possono essere mensili, trimestrali, semestrali o annuali e sono investimenti che vengono fatti in ETF o in fondi comuni/SICAV.

Gli elementi importanti all’interno dei piani di accumulo sono:

la costanza: per essere un investimento efficace e svolgere quindi la sua funzione, bisogna fare in modo che una volta stabilite la durata e l’importo mensile, trimestrale, semestrale o annuale che sia, bisogna cerca, per quanto possibile, di rispettarlo portandolo fino in fondo – questo per evitare di far perdere efficacia all’investimento.

stabilire un capitale: ricordando che nella maggior parte dei casi, per esempio un piano di accumulo mensile di 100 euro/mese, il primo versamento equivale ad un’annualità quindi 100 euro al mese vuol dire che il primo versamento sarà di 1200 euro.

il prodotto: è consigliato sceglierlo con il supporto di un consulente ed è da ricercarsi tra le diverse tipologie di fondi o ETF. Solitamente per orizzonti temporali molto lunghi è preferibile un pacco azionario piuttosto che magari un obbligazionario bilanciato consigliato per orizzonti più brevi.

– Porre attenzione alla tematica spese: questo perché, soprattutto quando parliamo di piccoli importi, pesano ancora di più. In questo caso le possibili commissioni che l’investitore si trova a pagare sono:

  • Commissione di ingresso
  • (Commissioni di uscita)
  • Commissioni di gestione
  • Commissioni di diritto fisso
  • (commissioni di performance)

Le commissioni di uscita e di performance sono tra partentesi perché solitamente non ci sono, però, qualora dovessero esserci è necessario valutarli attentamente perché a questo punto conviene scegliere dei prodotti che non le presentano e risulta quindi importante confrontare le diverse offerte.

Le commissioni di gestione vengono invece spalmate durante l’anno e le commissioni di diritto fisso sono quelle che vengono applicate ai versamenti eseguiti nei piani di accumulo – queste vanno solitamente dai 9 euro a salire.

Ora vediamo il funzionamento nella commissione di ingresso nel Piano di Accumulo:

ipotizziamo sempre 100 euro al mese sul fondo azionario XY per 10  anni: l’investimento totale è quindi di 12.000 euro. La commissioni per investire nel fondo azionario XY – ipotizzando che i 12.000 vengano investititi in un’unica soluzione, sarebbe del 3% tradotto equivale a 360 euro totali. Però, visto che in questa sede si prendono in considerazione i piani di accumulo, sul primo versamento (che si ricorda essere di 1200 data l’annualità anticipata) viene applicato il 30% della commissione totale, quindi in questo caso circa 120 euro: il resto invece, cioè i 240 euro, verranno spalmati sui 10 anni, durata del piano di accumulo. Quindi attenzione perché anche supponendo 240 euro equivalgono a 24 ero all’anno, quindi fondamentalmente 2 euro al mese: dato l’importo irrisorio del versamento, 100 euro, le commissioni cominciano a divenire importanti erodendo le performance (ecco perché le commissioni sono fondamentali nel PAC).

Ora andiamo a vedere, tramite la schermata interattiva, una simulazione su un PAC da 100 euro al mese con durata 10 anni e con versamento inziale di 1200 euro: con un rendimento dell’1% il PAC ci garantisce circa 13900 euro, mentre con un rendimento del 2%, lo stesso PAC ci garantisce 14700; la differenza è quindi di 1000 euro in più semplicemente passando dall’1 al 2% che tradotto significa o un rendimento maggiore o dei costi inferiori.

Quindi ricapitolando il PAC è idoneo per chi:

– ha poco capitale (quindi non si hanno importi di 10.000 – 20.000 euro da investire subito in un’unica soluzione)
– non vuole correre grossi rischi con i propri investimenti
– ha un orizzonte temporale di medio-lungo periodo (minimo 5 anni)

Se non si posseggono le 3 caratteristiche menzionate ha poco senso fare un PAC.

Esso non costituisce però sempre la scelta migliore. Ad esempio vediamo una simulazione di Vanguard sul mercato americano, che ha confrontato un investimento di $1.000.000 in un’unica soluzione contro un investimento di $100.000 all’anno sotto l’ipotesi che facendo il PAC, la differenza tra il milione e i 100.000 investiti mensilmente (quindi 900.000 a scalare) rimanga sul CC liquidi. Vanguard, sotto l’ipotesi menzionate ha confrontato esattamente 3 portafogli: 100% azionario, 60% azionario e 40% obbligazionario e 100% obbligazionario il tutto su di un orizzonte temporale di 10 anni in periodi che vanno dal 1926 al 2011. Questa simulazione ha evidenziato il risultato che l’investimento in un’unica soluzione nel 67% dei casi fa meglio del PAC (meglio di un 2,3%) e più si allarga la contribuzione del PAC – quindi facendola semplice il PAC mensile funziona meglio del PAC semestrale che funziona a sua volta meglio del PAC annuale, questo su un orizzonte di 100 anni. Sul PAC c’è però da dire che nelle fasi di mercato ribassiste ha contenuto le perdite molto di più che un investimento in un’unica soluzione: ecco perché il PAC è idoneo per chi è avverso al rischio come menzionato poco fa.

Un’altra simulazione verte sugli indici total return (movimenti di prezzo più reinvestimento dei dividendi) su di 3 mercati: americano S&P500, MSCI Euro e MSCI Mercati Emergenti. La simulazione è stata fatta su 3 periodi diversi a partire dagli anni 2000 (picco della bolla tecnologica) su periodi di 5 anni,  10 anni e 14 anni. Dal grafico di può evincere come sostanzialmente in America tra lo S&P 500, seppur all’inizio vi è una differenza a favore del PAC, alla fine dei 14 anni si arriva sostanzialmente allo stesso risultato.

Per la zona invece MSCI Euro, vediamo come il PAC ha preformato meglio, sempre considerando l’orizzonte più lungo di 14 anni, segnando quasi il doppio a livello percentuale.
Nei mercati emergenti invece si inverte la considerazione: l’investimento in un’unica soluzione ha preformato quasi il doppio del PAC.

Per concludere possiamo dire che se avete poco capitale, un orizzonte temporale di medio lungo periodo e non siete inclini a sopportare determinate perdite o cali di mercato brusche, il PAC in questo caso può andare bene per il vostro portafoglio.

Daniele Fontana

 

LE 5 DIFFERENZE TRA FONDI COMUNI ED ETF

Prima di spiegare le 5 differenze importanti tra fondi ed ETF, dobbiamo anche riconoscere che entrambi i prodotti hanno un punto in comune, ovvero sono “contenitori di qualcosa” (azioni, titoli di Stato ecc..).

Vediamo quindi in cosa si distinguono:

  1. I fondi hanno bisogno di un collocatore (solitamente una banca o un promotore finanziario), ecco perchè bisogna rivolgersi a loro e perchè alcuni prodotti saranno disponibili in una Banca ed altri no (ogni istituto ha i suoi). Gli Etf invece sono quotati in Borsa, quindi ti basta avere un deposito titoli per acquistarli in qualsiasi banca.
  2. I fondi generalmente hanno una gestione attiva (dietro c’è un team di persone che costantemente opera con gli strumenti all’interno del fondo per battere un benchmark, ovvero un riferimento che stabilisce le performance relative del fondo). Inoltre i fondi non sono quotati, quindi puoi fare solo un acquisto o una vendita ogni giorno. Gli Etf invece sono a replica passiva, ovvero “copiano” esattamente un determinato mercato di riferimento (ad esempio un ETF sull’indice italiano FTSE MIB replicherà fedelmente tale performance). A differenza dei fondi gli Etf possono, invece, essere acquistati o venduti in qualsiasi istante (come le azioni, da qui la dicitura degli ETF come ibridi tra fondi ed azioni). Ecco perchè il trading si adatta meglio agli ETF e non ai fondi.
  3. Nei fondi il prezzo delle quote viene stabilito a posteriori rispetto al monento dell’acquisto. Il prezzo dell’Etf invece lo puoi conoscere prima di passare l’ordine, basta vedere il book di negoziazione.
  4. Nel caso dei fondi spesso puoi scegliere per uno stesso prodotto tra accumulo (cedole reinvestite nel capitale) o distribuzione (pagate sul tuo conto corrente). Con gli Etf la scelta non c’è (puoi scegliere un ETF che sia SOLO accumulo o SOLO distribuzione).
  5. I costi di gestione dei fondi sono più alti di quelli degli Etf (anche di 4 o 5 volte). Per i fondi si parla di un 1-2% a seconda della tipologia (si va dai monetari che sono i più economici agli azionari che sono i più cari). Scegli un fondo solo se è in grado di battere il mercato facendoti recuperare il suo maggior costo (solitamente 1 su 5). Un valido aiuto si trova sul sito MORNINGSTAR.

Alla prossima!