CHE RENDIMENTO VUOI DAI TUOI INVESTIMENTI?

L’altro giorno ho scritto un breve riassunto di tutte le anomalie finanziarie (di cui la maggior parte psicologiche) che contraddistinguono l’italiano medio emerse dal Rapporto Consob 2019 (trovate l’articolo QUI).

Torno oggi sul tema (in quanto lo ritengo molto interessante) analizzando un altro errore molto comune in particolare con riferimento al discorso dell’avidità.

Avidità per me significa voler fare tanti soldi e subito, pretendere di ottenere rendimenti migliori di quelli del mercato, e pretendere di poter moltiplicare il proprio capitale anche 3 o 4 volte nell’arco di poco tempo. Tutto questo, sia chiaro, lo vogliamo la maggior parte delle volte senza voler nemmeno rischiare.

A questo proposito parto subito con una provocazione, ovvero di tutti i siti che vedo, di tutti i “professionisti” che parlano, nessuno fa vedere i risultati sul proprio capitale (badate non mi riferisco a screenshot fasulli o presunti backtest o simulazioni che fanno intendere che i soldi siano tuoi, intendo fammi vedere proprio il deposito titoli oppure il portafoglio presso il tuo broker).

Perciò inizio con il dirvi che quando lanceremo nel mese di aprile 2020 la nostra sezione dedicata al mondo degli investimenti, in primis ci saranno i miei soldi e potrete vedere esattamente le operazioni che faccio sul MIO capitale (questo perché ritengo ci possa differenziare da tutta la fuffa che si trova sul web).

Tornando a noi, trovo sempre esilarante quando una persona promette rendimenti superiori alla media oppure qualcuno nella community mi chiede se riesco a performare più del mercato (che poi vuol dire tutto e niente, cosa intendiamo per “mercato”).

Poi ragiono sempre su una cosa: nel mercato esistono diversi operatori (tra cui Investitori retail o Istituzionali, come Banche ed Assicurazioni, fondi pensione) e numerose persone che fanno parte di queste società hanno alle spalle dei CV impressionanti, con studi in prestigiose università o esperienze lavorative di tutto rispetto.

Se ci pensate però, queste persone sono tutte in competizione tra di loro, tutte che cercano di arrivare “prima” su quel determinato trend, su quel determinato titolo, per battere il mercato. Tutti con delle analisi impressionanti e dati precisi al millesimo.

Tutto questo però è un gioco a somma zero e nella peggiore ipotesi negativa, altrimenti i fondi comuni ad esempio (gestiti da persone sulla carta molto competenti) batterebbero i loro benchmark spesso (invece 8/10 non ci riescono se consideriamo un arco temporale pari o superiore ai 3 anni, qui trovate i dati completi).

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% fondi comuni battuti dal Benchmark a 1,3,5,10 anni (fonte: Spindices) 

Quindi se una persona mi chiede “Francesco, ma quanto puoi aspettarti dai tuoi investimenti come rendimento annuale?”

E’ una domanda tipica (e sbagliata, come ho già spiegato più volte), ma in questo caso volendo rispondere a livello di aspettative, la più corretta è “il rendimento di mercato”, in quanto mi ritengo estremamente umile da non pensare di essere in grado di batterlo!

Perciò ecco cosa guardo: nell’immagine sotto trovate i rendimenti annuali di uno dei principali indici azionari (prendiamo ad esempio lo S&P 500).

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Performance annuali S&P 500 1827-2019 (fonte: Macrotrend)

Come potete vedere sopra, dal 1927 al 2019, il mercato ha avuto alti e bassi, e siamo passati a seconda dei periodi da un -47% del 1931 (tutti pensano erroneamente che il peggiore anno sia stato il 1929) ad un +47% c.a. del 1933.

Nel mentre, abbiamo avuto le seguenti caratteristiche:

  • 29/92 anni negativi
  • 2/92 anni a rendimento zero
  • 61/92 anni positivi

Ora, fermo restando che abbiamo già parlato dell’errore di tentare il market timing (beccare l’anno o il periodo migliore per entrare e per uscire non è possibile) resta l’altro errore di pensare di riuscire a fare meglio del “mercato” (l’indice S&P500 in questo caso) che mediamente ha performato tra crescita del valore titoli e reinvestimento dividendi un 9.075% annuo (non so voi, ma a me sta più che bene).

Quindi se qualcuno vi propone uno strumento “infallibile” per battere il benchmark, un portafoglio “dinamico” o una strategia per sovraperformare il mercato, ancora una volta, girate i tacchi e filate, anzi PRIMA gli chiedete di farvi vedere I SUOI SOLDI, IL SUO PORTAFOGLIO, e poi filate (perché tanto inventerà una scusa per non farlo).

Perciò vi do appuntamento ad aprile per il lancio della nostra nuova sezione dedicata agli investimenti ed alla formazione, nel frattempo resto a disposizione per i vostri feedback e per dubbi o domande sulla materia.

Alla prossima!

COME PERFORMARE SUI MERCATI SENZA PREVEDERE IL FUTURO

La scorsa settimana stavo riguardando l’andamento dei principali mercati azionari tra il 2018 e 2019:

La tabella è riportata qui sotto e riguarda sia il 2018, che il periodo dal 1/1/2019 al 28/10/2019

INDICE 2018 2019
Nasdaq (USA) -1% 25,5%
Ftse Mib (Italia) -16,1% 23,8%
Dax (Germania) -18.2% 22.4%
S&P500 (USA) -6.2% 21.2%
Cac40 (Francia) -11.9% 21.1%
Shanghai (Cina) -25.3% 18.5%
Eurostoxx600 (Europa) -15.2% 18%
MSCI World (mondo sviluppati) -10.4% 18%
Nikkei (Giappone) -12.1% 14.8%
Ibex (Spagna) -15.4% 9.8%
Ftse100 (Regno Unito) -12.4% 8.2%
MSCI EM (mondo emergenti) -16.6% 8%

 

Non occorre essere dei geni in matematica per capire che complessivamente nel biennio, nonostante un 2018 molto negativo su quasi tutti i tipi di investimenti, nel complesso il 2018/2019 si è rivelato molto positivo per quasi tutti gli investitori.

Ma la cosa molto interessante su cui voglio soffermarmi oggi è relativa a 2 concetti molto importanti che sottolineo sempre non solo ai miei clienti (quando gestisco i loro soldi), ma anche a me stesso (quando gestisco i miei).

In particolare, i 2 concetti sono i seguenti:

  1. Diversificazione
  2. Market Timing

Scusatemi se batto sempre sugli stessi temi, ma credetemi è solo perchè sono convinto che sia innanzitutto per il vostro bene, e che solo ripetendovi le stesse cose 10000000 volte alla fine le farete vostre e sarete investitori migliori con risultati migliori (se ci pensate il motivo per cui vi lavate i denti la sera prima di andare a dormire è solo perchè i vostri genitori ve lo hanno detto più o meno ogni giorno per i primi 10 anni della vostra vita no?)

Ma torniamo ai mercati…

DIVERSIFICAZIONE

Se andiamo a vedere i dettagli dei singoli paesi, anche in un mercato positivo come il biennio 2018-2019, 4 mercati su 12 (Spagna, Cina, Gran Bretagna e Mercati Emergenti) sono ancora in territorio negativo.

Questo vuol dire che se avessi puntato su un singolo paese, in 1 caso su 3 avrei potuto prendere quello sbagliato.

Invece voi avete imparato come funziona, avete capito che nelle decisioni iniziali della vostra “torta” (asset allocation in gergo tecnico) potevate ad esempio diversificare non solo per asset class (quindi le azioni ad esempio valgono il 50% del vostro portafoglio, il resto è in titoli di Stato, materie prime e così via) ma soprattutto per zone geografiche.

Immaginiamo infatti di avere un portafoglio da 10.000 Euro così composto:

  • 25% titoli di Stato USA
  • 25% obbligazionario Corporate IG (rating medio-alto)
  • 25% mercati sviluppati
  • 25% mercati emergenti

Ecco che nel periodo 2018/2019 la vostra performance sarebbe stata del 3.72% (con un rischio decisamente ridotto rispetto ad un portafoglio completamente azionario). La performance va considerata su base annua (quindi consideriamo poco meno del 2% annuo). Se vi sembra poco, considerate che oggi un BTP A 10 ANNI rende (annuo) circa un 1%….

Quindi capite bene il potere (e qui vi ho messo i numeri) della diversificazione anche in un biennio dove prima tutto va male, e poi tutto va bene (e voi sapete bene perchè lo avete letto sempre qui che per una perdita del 10% non basterà fare il 10% l’anno successivo per tornare al capitale di partenza, ma il 12%).

MARKET TIMING

Anche qui sottolineo una cosa già detta ma che è meglio ripetere…nessuno può prevedere l’andamento di mercato, nessuno, nè ora nè mai!

Quindi, l’unica cosa che possiamo fare è prendere consapevolezza della seguente affermazione:

il mercato ci offre dei rendimenti interessanti in un tempo adeguato, con un rischio più o meno ampio che noi possiamo scegliere!

Sta tutto qui! Perciò se qualcuno vi promette cose diverse girate i tacchi e filate via.

Tornando al nostro esempio pratico, dopo un 2018 molto negativo, diversi investitori hanno venduto la maggior parte dei propri investimenti presi dal panico, per paura di perdere ancora più soldi.

Questo è tecnicamente un errore, perchè sapete benissimo che allungando l’orizzonte temporale è matematicamente provato che i rendimenti negativi saranno sempre più ridotti.

Quindi vendere a fine 2018 voleva dire semplicemente “presumere” che il mercato nel 2019 sarebbe sceso ancora di più, e come detto prima questo non lo può sapere nessuno, quindi avete sbagliato in partenza!

Bravo genio, e quindi tu mi vuoi dire (così potete rispondermi) che sei entrato semplicemente nel 2019 perchè sei più furbo degli altri? Assolutamente no!

Infatti posso assicurarvi che io ero dentro sui mercati (vedere per credere sui post precedenti) SIA NEL 2018 CHE NEL 2019, ma posso dirvi che mentre il 2018 è stato negativo anche per me, nel 2019 (grazie anche ad analisi e dati che trovate nel blog) ho ritenuto che il mercato avesse ancora dei fondamentali solidi.

Così ne ho approfittato per incrementare la mia posizione, mantenendo però la diversificazione vista sopra (con l’aggiunta anche di oro e di singoli titoli come Intesa ed Electronic Arts di cui ho abbondantemente trattato).

Quindi come ripeto per l’ennesima volta nemmeno io ho la sfera di cristallo, ma attenersi a delle strategie precise sicuramente ci ripaga molto di più rispetto a qualsiasi altro metodo basato sull’intuizione o sulla preveggenza (cosa che su internet vende molto).

Perciò ricordatevi quanto detto sopra, e sappiate che nel 2020 vi aspetteranno grandi novità, perchè ci saranno cambiamenti molto importanti ed apriremo a diverse cose molto molto interessanti, il tutto restando sempre umili e continuando a studiare e praticare.

Alla prossima!

INVESTIMENTI CON O SENZA CEDOLA: UNA GUIDA VELOCE (E PRATICA)

Ciao Wallstreeters, riprendiamo dal consueto aggiornamento pratico con un altro argomento utile per i vostri investimenti.

In particolare, uno degli aspetti che riveste importanza nelle decisioni degli investitori riguarda la differenza tra prodotti a cedola (detti “a distribuzione”) dove gli interessi vengono direttamente accreditati sul conto corrente, oppure prodotti ad accumulazione (dove gli interessi vengono reinvestiti automaticamente).

Mi sembra giusto quindi elencare le varie tipologie di investimenti così da aiutarvi nella composizione del vostro portafoglio.

 

STRUMENTI FINANZIARI A DISTRIBUZIONE

  • Titoli di Stato con stacco cedola (ad esempio BTP, che pagano una cedola periodica)
  • Obbligazioni societarie con stacco cedola
  • Azioni (con syacco dividendi)
  • Certificati (anche qui ci sono le cedole pagate periodicamente)
  • Fondi/Etf a distribuzione

In tutti questi casi, quando la cedola viene “staccata”, riceviamo gli interessi “al netto della tassazione”, che solitamente è al 26% nella maggior parte dei casi oppure al 12.5% nel caso di titoli di Stato, Enti sovranazionali (BEI/BIRS ecc) o equiparati.

Esempio pratico: trovo un ETF che investe in azioni Europee (valore della quota dell’ETF sul mercato 100 euro) che paga una cedola del 5%. Se compro 10 quote (investimento 1.000 Euro) la mia cedola sarà di 50 euro, ma sul conto corrente riceverò un netto di 37 Euro (la tassazione è il 26% di 50 quindi 13 Euro da togliere).

STRUMENTI FINANZIARI AD ACCUMULAZIONE (SENZA CEDOLA)

  • Obbligazioni di tipo “zero coupon” (es: BOT/CTZ) dove guadagno semplicemente dalla differenza tra prezzo di vendita e di acquisto
  • Fondi/Etf ad accumulazione

In questo caso perciò gli interessi (nel caso di fondi/etf) non vengono staccati e pagati sul conto, ma sono utilizzati per comprare ulteriori azioni/obbligazioni (a seconda che l’etf/fondo sia azionario/obbligazionario) che aumentano il valore dell’investimento.

Tutto questo ha delle differenze non solo pratiche (voglio la cedola oppure no) ma soprattutto fiscali.

Infatti nel caso di prodotti “a distribuzione” ogni volta che ricevo il pagamento quest’ultimo (come visto sopra) viene tassato, cosa che nell’esempio nei prodotti ad accumulo non succede (la tassazione avverrà solo alla fine se e quando venderò in guadagno il mio investimento).

Ciò si traduce, soprattutto nel medio-lungo periodo, in un capitale finale maggiore nel caso dei prodotti ad accumulo, che sfruttano l’ottava meraviglia del mondo (come la definiva Einsten) ovvero l’interesse composto, e sono quindi più efficienti fiscalmente.

Veniamo ora alla parte ancora più pratica, ovvero: dove trovo tutte queste informazioni?

Risposta: nella scheda prodotto, ma a seconda del tipo di prodotto avrete diverse fonti su cui trovare i dati. La cosa più semplice è avere già il “codice ISIN” dell’investimento che dovete analizzare (l’equivalente del codice fiscale per le persone, che identifica esattamente quel titolo specifico) e scriverlo su Google.

Però, volendo semplificarvi la vita, ecco un elenco di siti da cui attingere le informazionia seconda del tipo di strumento finanziario:

BORSA ITALIANA (per obbligazioni, etf, certificati)

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JUSTETF (specifico per etf)

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EUROTLX (obbligazioni, certificati)

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QUANTALYS (fondi)

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Come sempre, spero di avervi chiarito qualche dubbio in più, per qualsiasi altra domanda non esitate a scrivermi.

A presto

Investire in fondi: 4 filtri per una giusta selezione

Ti hanno proposto un fondo comune di investimento, stai valutando se acquistarlo o meno, cosa devi guardare?

Torno a scrivere a distanza di settimane perché dopo il grande successo della Business Breakfast di Milano (QUI puoi vedere come è andata) ho portato a casa numerosi spunti, e parlando con le persone ovviamente ho già in cantiere diversi articoli per poterle aiutare nelle proprie decisioni di investimento.

Il primo di questi risponde ad una domanda ben precisa che mi è stata rivolta durante quella “colazione”, pertanto ecco una risposta come sempre PRATICA, SEMPLICE E DIRETTA!

Come scegliere il fondo migliore per la mia strategia?

Dunque, fermo restando che la scorsa settimana ho trattato in proposito un argomento se vogliamo più tecnico (forse troppo) e che puoi trovare QUI , a proposito dei 5 indicatori chiave per scegliere un fondo, oggi facciamo un passo indietro, in modo che tra l’articolo di oggi e quello della scorsa settimana non ti manca proprio più nulla (o quasi, e ciò che ti manca lo troverai sicuramente nei precedenti articoli di questo sito).

TIPOLOGIA DI FONDO

La facciamo breve perché soprattutto per chi non è operativo o non tratta abitualmente possiamo generare confusione, ma sarò banalmente semplice proprio perché ritengo che in questo caso sia meglio:

  • Fondi azionari (contengono azioni, di tutto il mondo, di un solo paese, di un solo settore)
  • Fondi obbligazionari (contengono obbligazioni, di tutto il mondo, di Governi, di società, di un solo Paese)
  • Fondi flessibili (contengono di tutto, senza particolari vincoli, anche 100% azioni)
  • Fondi bilanciati (presentano una % di azioni dal 10 al 90% e di obbligazioni per la parte rimanente)
  • Fondi multi-asset (contengono diverse tipologie di asset class, materie prime, azioni, obbligazioni, valute) ma in generale ritengo siano più simili alla gamma dei flessibili, ovvero “sperare in un bravo gestore” (mica facile al giorno d’oggi)

Se vuoi una classificazione più precisa puoi consultare quella stilata da Assogestioni che ti ho messo a questo link.

ANDAMENTO STORICO

E qui viene il bello, perché facciamo un passettino in più. Infatti qui non ci limitiamo a vedere la “scheda prodotto” oppure a dire “azioni oppure obbligazioni”, ma qui dobbiamo fare un ragionamento in più, cioè chiederci:

nella fase di mercato che mi aspetto nei prossimi mesi, e che sicuramente è capitata in passato (visto che l’economia è ciclica per definizione, magari non sono perfettamente uguali ma i cicli si somigliano molto) come si è comportato questo fondo?

Se ad esempio valuto un bilanciato al 10% di azioni e 90% di obbligazioni, e poi mi accorgo che in un periodo di ribassi del mercato azionario è calato peggio di un azionario puro, forse dovrò farmi qualche domanda (ed evitare accuratamente il prodotto).

Prendiamo l’esempio del 2018, soprattutto dell’ultimo trimestre dove praticamente 9 asset class su 10 hanno girato in negativo, come si è comportato quel particolare fondo?

ELENCO DEI COSTI

  1. Costi di collocamento (di solito è una “commissione di acquisto se il fondo è “nuovo di zecca”)
  2. Costi di gestione (è un costo che paghi annualmente, quindi occhio perché incide e non poco)
  3. Costi di compravendita (se compri il fondo NON in collocamento, quanto ti costa in acquisto e in vendita?)
  4. Costi di performance (il gestore è stato bravo ed ha portato a casa un buon risultato, quanto si trattiene OLTRE ALLE SPESE GIA’ INDICATE SOPRA?)
  5. Costi di distribuzione (è la % di costo che viene “girata” alla Banca o Istituzione da cui compri il fondo)

Ecco le 5 voci che assolutamente non devono mai mancare in un confronto tra diversi prodotti (soprattutto se appunto si tratta di fondi comuni che tipicamente per il tipo di gestione presentano spesso delle voci di costo elevate).

COMPOSIZIONE

Questo aspetto vale soprattutto per i fondi flessibili e multi-asset, che spesso hanno una composizione “di tutto un po’” e quindi meritano un approfondimento maggiore. Infatti, se compri un fondo “azionario Italia” potrai essere sicuro al 99,9% (salvo stato comatoso del gestore) che all’interno del fondo troverai una quasi totalità di azioni italiane di diverso tipo.

Ma se compri un fondo flessibile (o multi-asset) o bilanciato? Ecco quindi che è importante verificarne la composizione…e perché mai?

Semplice amico/a mio/a, perché se compri un fondo flessibile con l’intenzione di diversificare, ma poi guardando la composizione ti accorgi che il 10% è su azionario Gran Bretagna (non proprio il momento migliore) e magari il 10% su azionario Argentina, forse eviterai di andare a comprare un simile prodotto non credi?

Bene, detto questo, quando a parità di fondo comune avrai trovato quello che come strategia può rientrare nel tuo portafoglio, ecco che il confronto di quanto scritto sopra ti permetterà di prendere la decisione più corretta (abbinato all’articolo precedente sui 5 indicatori).

Dove trovare tutte queste informazioni? Semplice, sui 2 siti di maggiore interesse in materia fondi ovvero Morningstar e Quantalys semplicemente inserendo il codice ISIN (equivalente del codice identificativo del fondo) oppure il nome del prodotto.

Personalmente con il secondo mi trovo meglio ma ad ogni modo entrambi sono utili.

Alla prossima!

5 INDICATORI CHIAVE PER SCEGLIERE IL FONDO GIUSTO

Ieri si è conclusa la prima business Breakfast targata Colazione a Wall street. Quasi 150 persone hanno condiviso interessi, idee, emozioni davanti un buffett con l’alternanza di tavole rotonde su aziende e professionisti di primo piano in ambito fintech e più in generale investimenti.

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BUSINESS BREAKFAST DI COLAZIONE A WALL STREET, MILANO 11 OTTOBRE 2019

Ma come sempre ieri era ieri, noi dobbiamo già guardare al futuro e tornare a parlare dei temi che più ci hanno reso autorevoli sulla materia. Quindi avanti tutta con un nuovo articolo, dove andiamo a vedere 5 elementi utili (spiegati in modo facile e veloce) per confrontare diversi fondi comuni di investimento tra di loro.

Oltre al tema dei costi, che non mi stancherò mai di sottolineare (in quanto incide pesantemente nelle performance, e di cui ho parlato in modo approfondto QUI) mi preme sottolineare come in linea generale, prima di analizzare in dettaglio questi 5 indicatori, dovete avere bene in mente una cosa fondamentale:

LASCIATE STARE STELLE, SCUDI E COSE SIMILI, PERCHE’ SONO INUTILI! IN UN PORTAFOGLIO CI PUO’ STARE TRANQUILLAMENTE UN FONDO COMUNE, MA NELLA SCELTA DEL PRODOTTO GIUSTO PER LA VOSTRA STRATEGIA DOVETE SEMPRE GUARDARE COME PRIMA COSA IL COMPORTAMENTO DI QUEL DETERMINATO PRODOTTO IN PASSATO E NELLA FASE DI MERCATO PER CUI LO STATE COMPRANDO

Faccio un esempio pratico…

Se state scegliendo un fondo flessibile (non sono un amante di questa categoria ma rende l’idea in quanto sono fondi con stili di gestione misti) perchè vi aspettate una fase di volatilità sul mercato con possibili ribassi, e state analizzando il “fondo A”, vi rendeteconto che nell’ultimo trimestre 2018, dove in effetti si è verificato proprio un periodo così (volatilità e ribassi) questo fondo ha perso il 10%, quindi probabilmente non sarà il prodotto giusto per il vostro portafoglio.

Viceversa, se il “fondo B”, anch’esso flessibile, nello stesso periodo ha avuto una performance positiva, molto probabilmente sarà guidato da un gestore che si comporta meglio in quella fase di mercato specifica, perciò il prodotto sarà più adatto per la vostra strategia.

Chiarito questo punto FONDAMENTALE, vediamo i 5 indicatori con cui confrontare diversi fondi tra di loro.

Premessa: ognuno di questi indicatori che troverete, può essere valutato su un periodo di 1 anno, di 3 anni, di 5 anni ecc… Come potrete intuire più si allunga l’orizzonte temporale considerato più i dati sono attendibili.

SHARPE RATIO

Extra-rendimento del fondo (differenza tra rendimento del fondo e Tasso “risk free”,  ad esempio EONIA) rapportato al suo rischio (deviazione standard). PIU’ ALTO E’ PIU’ IL FONDO A PARITA’ DI RISCHIO E’ PROFITTEVOLE!

Esempio pratico: Se SR = 0.3 significa che OGNI 1% DI AUMENTO DELLA VOLATILITA’, IL FONDO PERFORMA LO 0.3% IN PIU’ RISPETTO AL TASSO RISK FREE.

 

INFORMATION RATIO

Anche in questo caso MAGGIORE E’ MEGLIO E’! Ci dice l’extra-rendimento del fondo rispetto al Benchmark (ogni categoria di fondi ha un suo indice chiamato “benchmark” da battere, uguale per tutti quelli di una stessa categoria), chiamata in gergo tecnico “alfa”. Stesso discorso dello sharpe ratio, con la differenza che il confronto ed il “rendimento extra per un aumento del 1% del rischio” è confrontato RISPETTO AL BENCHMARK E NON RISPETTO AL TASSO RISK FREE.

 

SORTINO

Qui l’investitore che compra un fondo si chiede: ok il fondo può andare male, ma esiste una performance al di sotto della quale COMUNQUE il mio fondo non soddisferà i miei obiettivi eper me equivarrà ad un risultato negavtivo? CERTO, il valore in questione come sempre è il tasso Risk free.

Quindi, con un esempio pratico per far capire, se il fondo perde non sono contento, ma non sarò ugualmente contento anche se il fondo performa meno del tasso EONIA. Inoltre, essendo la formula di sortino = (Rendimento fondo-Rendimento tasso Risk Free) / DSR, dobbiamo specificare cosa sia il DSR (Downside risk).

E’ semlicemente un concetto di volatilità (quindi rischio) SOLO NEGATIVA (sappiamo che la volatilità può essere concepita anche come fattore positivo). Quindi Sortino PIU’ ALTO E’ MEGLIO E’, e risponde alla domanda: quanto rendimento EXTRA (rispetto al tasso risk free) mi genera il mio prodotto RISPETTO AD UN AUMENTO DEL 1% DELLA VOLATILITA’ NEGATIVA?

 

VAR (Value at risk)

Solitamente considera 2 valori, cioè 95 e 99. Cosa significa?

Semplice: se un VAR95= 0,2%, significa che settimanalmente (oppure giornalmente o mensilmente) il rendimento di quel fondo è stato SUPERIORE allo 0.2% nel 95% dei casi. Più alto è meglio è!

 

MAXIMUM DRAWDOWN

Quale è stata la MASSIMA PERDITA (in un determinato orizzonte temporale) di quel fondo? Più basso è meglio è, perchè significa che il fondo resiste bene ai momenti difficili. Chiaramente troveremo valori più alti di Max drawdown nei fondi azionari rispetto ad esempio a quelli monetari o obbligazionari.

Ed ora come sempre uno spunto pratico! Volete confrontare più fondi tra loro, potete usare il sito Quantalys, nella sezione “confronta fondi” (fino a 5 contemporaneamente nella versione gratuita) e nelle singole schede (vedi esempio sotto) trovate i valori per ogni fondo elencati sopra.

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INDICATORI PER OGNI FONDO COMUNE ESAMINATO

Scrivetemi per dubbi o chiarimenti, e come sempre buon investimento!

Alla prossima!

3 PRINCIPI PER AVERE UN PORTAFOGLIO CON IL “SEGNO +”

Qualche settimana fa ho inviato a tutti gli iscritti della mia newsletter (se ancora non sei iscritto puoi farlo QUI inserendo la tua mail nello spazio dedicato) un interessantissimo file excel che riassumeva i rendimenti degli ultimi 20 anni per le 10 principali Asset class in cui è possibile investire, tra cui l’azionario America, l’azionario mercati emergenti, l’obbligazionario High Yield ed Investment Grade, le materie prime, i Titoli di Stato Usa ecc..

Non so se tu sei uno di quelli che ha avuto modo di leggere attentamente COSA questo file ci può dire a proposito del tema investimenti, ma fermandoci ad analizzare il quadro d’insieme ci sono almeno 3 spunti interessanti che dovresti cogliere per la tua operatività sui mercati.

LA MEDIA E’ PIU’ FORTE DI TUTTO

Mi spiego meglio. Osservando i rendimenti di ogni asset class e di ogni singolo anno, ciò che emerge in maniera evidente è che non esiste una sola (e dico una) categoria di investimenti che ogni anno abbia sistematicamente guadagnato (troverai ovunque segni meno) ad eccezione della “liquidità” che tuttavia se lo immaginiamo come investimento ad esempio in strumenti monetari, in alcuni anni con rendimenti allo 0,10% avrà comunque chiuso in negativo per via delle commissioni.

Ciò significa banalmente che il rendimento medio annuo del 10.81% per la categoria Azionario Paesi emergenti ad esempio, è stato ottenuto come media di valori in cui a volte addiritttura (pensiamo al 2008) avresti preso direttamente in faccia un -53,3% in un solo anno, contro il 78,51% dell’anno successivo (quanti sarebbero stati in grado di non vendere e tenere i nervi saldi?). Il significato di quanto detto sopra è semplice:

sarà IMPOSSIBILE avere un rendimento ogni anno del 10% per tutti gli anni a venire, ma il tuo 10% (ammesso e sicuramente non garantito che sarà così in futuro) sarà frutto di picchi minimi e massimi da far vacillare anche il più esperto degli investitori

Perciò accetta questo dato di fatto ed agisci di conseguenza.

IL TEMPO E’ TUO AMICO

Vabbè “Francesco ormai sono anni che ci dici di avere un orizzonte temporale di medio-lungo periodo per costruire una strategia, ma io voglio investire massimo su 1-3 anni perchè quei soldi mi servono”. Molto bene, in quel caso allora non dovresti in primis investire sul mercato azionario.

In secondo luogo, con i tassi attuali (negativi su durate brevi, nemmeno la nostra cara Italia che fino a poco fa era tanto generosa) nemmeno su asset più tranquilli e adatti al breve periodo, perchè ci perderesti soldi…quindi non dovresti investire affatto!

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RENDIMENTI TITOLI DI STATO ITALIANI 1-3 ANNI

Ci vogliamo mettere i numeri? Parliamo dell’azionario America (chi non ha un bel fond/Etf su S&P500 in portafoglio?). Ebbene, se tu avessi comprato nel 2000, pur ipotizzando di avere 3 anni di orizzonte temporale (ti voglio proprio provocare) ecco cosa avresti portato a casa:

  • Anno 2000: -9.10%
  • Anno 2001: -11.90%
  • Anno 2002: -22.10%

Anche qui voglio metterti davanti ai tuoi limiti emotivi: saresti davvero riuscito mantenere in portafoglio il tuo fondo/ETF che dopo 3 anni ti segnava un bel -43,10%??

Guardati allo specchio e datti una risposta, che nel frattempo ti anticipo io: NO SE ERI PARTITO CON IL TUO FAMOSO “MA SI 3 ANNI O MENO BASTERANNO… POI ESCO”

MAGGIORE RISCHIO = MAGGIORE RENDIMENTO

Hai tenuto fede alla tua strategia iniziale, dopo 20 anni sei rimasto in sella, e ti accorgi che il rischio è stato ripagato. +10.81% di rendimento medio annuo per l’azionario Mercati emergenti, +7% l’azionario USA, +5.52% l’obbligazionario Investment Grade (società con rating affidabili) e se avessi avuto in portafoglio tutte e 10 queste asset class (se ti iscrivi alla newsletter lo potrai ricevere per sapere quali sono) il portafoglio avrebbe portato a casa un +6.34% annuo, mica male.

Però vedi, come sempre il premio maggiore è alla fine della sfida, quando quasi tutte le persone hanno mollato e solo tu sei rimasto sulla giostra a combattere, soffrire e ragire alle diverse turbolenze di mercato, ragion per cui hai raccolto il bottino pieno. Ma diciamoci la verità, quell’investitore che può dire veramente di aver tagliato il traguardo non sei tu, almeno non ancora.

Ma non ti preoccupare, dal prossimo anno costruiremo insieme una strategia perchè tutto questo possa accadere, dovrai solo imparare a conoscere te stesso, a capire quali sono gli errori da evitare, le principali (e corrette) strategie e le persone di cui fidarti (una di queste ti sta parlando in questo preciso istante).

Perciò ancora una volta siediti nel buio della tua stanza, parla con te stesso, con il l’investitore chiuso dentro di te, che vuole solo essere liberato, ed ascolta cosa vuole dirti, quali sono le sue paure, i suoi pregi, difetti, cosa vuole davvero dai mercati finanziari.

Poi accompagnalo fuori, fagli prendere un po’d’aria, e fagli sapere che dal prossimo anno, per i suoi investimenti, “Colazione a Wall Street” risponderà PRESENTE!

Nel frattempo scrivimi per qualsiasi informazione, dubbio o approfondimento

Alla prossima #Wallstreeter

IL CAPITALE NETTO: MITI E LEGGENDE

Ciao Wallstreeters, bentornati! Scusatemi se sono un po’ assente in questo periodo ma come potrete immaginare l’evento richiede molto lavoro e lunedì avremo anche una bella sorpresa.

Detto questo, ogni tanto anche io, preso dalle mille cose, dimentico pezzi per strada. In  particolare un lettore mi ha (giustamente) fatto notare che nel descrivere l’analisi dei titoli azionari (parlando in particolare dell’operazione Electronic Arts che ho chiuso qualche tempo fa) mi sono dimenticato di concludere l’aspetto relativo al Capitale Netto (questo mentre comunque vi ho già regalato il file per la valutazione complessiva).

Visto che non amo lasciare le cose a metà quindi, riprendiamo il discorso (per concluderlo) su quest’ultimo aspetto.

Iniziamo con la formula ed il concetto di base, ovvero:

ATTIVITA’ – PASSIVITA’ = CAPITALE NETTO

Questa formula è tanto semplice quanto potente, poiché graficamente sappiamo che in un bilancio (in uno stato patrimoniale per essere precisi) la colonna di destra deve essere uguale a quella di sinistra. Quindi nella colonna di sinistra abbiamo tutte le attività di un’azienda (già viste, comunque liquidità, crediti, immobilizzazioni ecc) nella colonna di destra abbiamo invece 2 componenti, il passivo (debiti ad esempio) ed appunto il Capitale Netto.

Cosa rappresenta quest’ultima voce? Semplice, il totale dei soldi messi dagli azionisti sia inizialmente che in seguito, mediante aggiunte successive o lasciando parte degli utili in azienda.

E’ composto da diverse voci, che sono:

  • Azioni privilegiate
  • Azioni ordinarie
  • Riserva sovrapprezzo
  • Utili non distribuiti
  • Azioni proprie

Andiamo a vederle una per una….

AZIONI ORDINARIE E PRIVILEGIATE

Le azioni ordinarie rappresentano la “proprietà” dell’azienda, e permettono tra le cose più importanti di ricevere i dividendi e il diritto di eleggere il consiglio di amministrazione, che poi determinerà la scelta dell’Amministratore Delegato. Sono anche i destinatari dell’eventuale vendita della società stessa.

Le azioni privilegiate invece non prevedono il diritto di voto, ma in caso sia di fallimento della società che di distribuzione dei dividendi hanno la priorità rispetto alle azioni ordinarie sul pagamento. Tipicamente le società più “appetibili” tendono a non avere questo tipo di categoria di azioni (o averne in minima parte) in quanto il pagamento dei dividendi NON è deducibile fiscalmente per l’azienda, contrariamente a quanto avviene ad esempio con il pagamento delle cedole (interessi) sulle obbligazioni ai creditori (ricordiamo che le obbligazioni sono debito, quindi vanno ripagate).

RISERVA SOVRAPPREZZO

La riserva sovrapprezzo delle azioni invece corrisponde a quella cifra che viene accantonata (e finisce nella composizione del Capitale Netto) relativamente alla differenza tra “valore nominale dei titoli” e successivo esborso da parte dei soci al valore attuale dell’azione (nel caso ad esempio di aumenti di capitale). Se ad esempio il valore nominale di un titolo è di 2 Euro ad azione ed il titolo si vende al pubblico a 5 Euro ad azione, 3 Euro sarà indicato alla voce sovrapprezzo.

UTILI NON DISTRIBUITI

Rappresenta la quota degli utili che l’impresa riesce a generare, ma che per scelta non viene usata per remunerare gli azionisti (tramite pagamento dividendi) ma resta accantonata in azienda. La voce “utili non distribuiti” quindi comprende, per un determinato anno, l’utile di esercizio al netto delle imposte, a cui eventualmente togliamo la parte distribuita agli azionisti (dividendi, qualora vengano corrisposti): ecco quella sarà la parte di denaro destinata a quella voce finale.

Ovviamente le aziende che riescono a fare utili vedranno questa voce crescere in modo costante, mentre le aziende con un valore negativo, nullo o molto basso di utili non distribuiti saranno aziende con politiche di dividendi molto aggressive (distribuisco in dividendi tutto ciò che produco) oppure aziende in perdita. Consideratelo un tesoretto di liquidità che solitamente l’azienda decide di tenere in casa per investire in altri progetti, ad esempio comprare eventuali aziende concorrenti, oppure ancora per effettuare in futuro un riacquisto di azioni proprie, perché l’azienda pensa che in tutte queste casistiche il “rendimento” dell’operazione sarà maggiore per gli azionisti rispetto al semplice dividend Yield da distribuzione.

AZIONI PROPRIE

Le azioni proprie sono come dice la parola stessa azioni della società che vengono riacquistate da quest’ultima, che può decidere (una volta che le ha ricomprate) di eliminare oppure di rimettere in circolo in un secondo momento. In quest’ultima casistica troveremo valorizzata la voce “azioni proprie” appunto (le azioni inserite in questa voce non ricevono dividendi e non hanno diritti di voto). Per capire se un’azienda è effettivamente redditizia lato capitale proprio la formula è:

ROE (RETURN ON EQUITY) = UTILE NETTO/CAPITALE NETTO

Il numero è espresso in percentuale (più alto è meglio è). Per avere però il numero CHE SERVE A NOI, bisognerà  sommare la voce “azioni proprie” al capitale netto (quindi al denominatore) e QUELLO sarà il vero tasso di redditività del capitale aziendale (aumentando il denominatore della frazione il numero sarà inevitabilmente minore).

Con questo abbiamo chiuso il cerchio e adesso si che avete veramente tutte le spiegazioni per lavorare al meglio sui vostro investimenti.

A presto e mi raccomando scrivete per qualsiasi dubbio o domanda

STAI PAGANDO TROPPO IL TUO INVESTIMENTO?

Lo abbiamo anticipato qualche settimana fa, parlando del fatto che è impossibile prevedere l’andamento di un certo titolo/asset class da qui ad 1 mese, 1 anno, 10 anni ecc…

Quindi l’investitore che (giustamente) vuole comunque investire cosa fa?  Tiene tutto sul conto corrente, con il capitale che ogni giorno viene letteralmente eroso dall’inflazione? Nemmeno per sogno!

Partiamo quindi con un ragionamento utile per chi attualmente ha questo problema (e poi daremo anche la soluzione tranquilli).

I dati storici (non solo degli ultimi 100 e passa anni ma anche di questo secolo) in verità ci danno un orientamento sia per ciò che riguarda il rischio, sia per il “range” di possibili rendimenti di una determinata categoria di azioni, rispettando però 3 condizioni fondamentali:

  • mantenere i costi estremamente bassi
  • avere un orizzonte temporale medio-lungo (10 anni minimo)
  • modificare il portafoglio il minimo necessario (in certi casi NON toccarlo proprio)

Rispettando le 3 condizioni sopra, e dando per scontato (cosa non vera ma la impareremo il prossimo anno) che la parte psicologica di finanza comportamentale sia conosciuta e gestita bene, aggiungiamo oggi un ulteriore strumento che può aiutarci nelle nostre analisi relative ai mercati azionari.

Prendo spunto da una ricerca svolta da Star Capital che vi consiglio assolutamente di leggere, e che potete trovare a questo link.

Partiamo dall’inizio, ovvero dall’errore di partenza: la maggior parte delle persone usa, per capire se il mercato è caro o meno rispetto ai valori “medi”, il Price/Earning ratio, ovvero (tradotto in italiano) il Rapporto Prezzo/Utili (P/E o PE la sigla).

Questo indicatore più è alto e più quel determinato titolo o quel determinato mercato saranno sopravvalutati, viceversa più è basso e più quel determinato titolo e quel determinato mercato saranno sottovalutati.

Sembra ovvio, ma preferisco sottolinearlo, LE STRATEGIE BASATE SU “COMPRO CON PE BASSO E VENDO CON PE ALTO” sono sbagliate, per un semplice motivo…QUESTO PE E’ INUTILE!

Lo è per dei motivi ben precisi…

  1. Gli utili delle aziende sono estremamente volatili
  2. Gli utili delle aziende (come i prezzi, che poi sono legati tra loro) sono molto difficili (se non impossibili) da prevedere

Per citare un esempio della ricerca sopra menzionata, il PE dell’indice S&P500 americano ha oscillato tra 7 e 77 punti dal 2009 al 2010!! Come fai a stabilire il valore “medio” o “in linea” di quel periodo??!

Ecco perché, OLTRE A TUTTA UNA SERIE DI ANALISI (vedi gli ultimi 135 articoli che ho scritto) andiamo a sostituire il PE “classico” con un indicatore forse non ugualmente preciso, ma sicuramente più corretto (quantomeno per identificare se ci troviamo in fasi di mercato con prezzi “cari” o “a sconto”): il CAPE di Shiller (da ora in poi CAPE).

Robert  Shiller è il nome dell’economista che lo ha progettato (professore a Yale). L’indicatore, la cui sigla sta per “cyclically adjusted price-to-earnings” ratio, è diverso rispetto al PE classico, in quanto mette in relazione il Prezzo attuale di un’azione (o di un indice) con gli utili CORRETTI PER L’INFLAZIONE DEI 10 ANNI PRECEDENTI!

Ora, l’implicazione che sta alla base di questo indicatore è la seguente: cercare di attribuire un valore più corretto e vicino ai VERI valori medi di PE, poiché 10 anni sono decisamente un periodo più affidabile di valutazione (se consideriamo poi che in media un ciclo economico dura 7 anni, e che questo recente è uno dei più lunghi della storia e dura da 11, capiamo il perché della scelta temporale di Shiller) per la stima degli utili societari.

Sulla base di questo modello quindi, se ad esempio la media storica del CAPE sul mercato azionario americano è di 16.6, ed oggi siamo ad un valore di 30, potremo ragionevolmente affermare che ci troviamo in una fase storica di mercato molto “cara” dal punto di vista dei prezzi, ecco quindi che questo aspetto andrà fortemente considerato nelle nostre decisioni di investimento.

Di seguito la situazione attuale (che potete trovare QUI) dei valori relativi al mercato azionario americano, dove possiamo notare come storicamente a valori molto alti sono sempre seguiti cali molto forti di mercato (1929, 2000, 2008).

shiller_CAPE.png

Per facilitarvi le cose, di seguito vi riporto, sempre in riferimento al lavoro di Star Capital, (perchè si ragiona sempre come se gli Stati Uniti siano l’unico mercato esistente, ma visto che vi conosco so che volete informazioni anche su altri mercati) i livelli di CAPE delle principali borse mondiali (solo qui trovate informazioni così ampie).

PAESE DATA AVVIO MAX MIN MEDIA
AUSTRALIA 1979 30,2 7,7 17,2
BELGIO 1979 31,9 4,8 15,4
CANADA 1979 60,1 6 21,4
DANIMARCA 1979 64,8 4 24,5
FRANCIA 1981 57,4 6,1 21,9
GERMANIA 1979 57,4 7,8 20,6
HONG KONG 1990 33 8,5 18,3
ITALIA 1994 53,5 6,2 22,1
GIAPPONE 1979 91,5 15,8 43,2
OLANDA 1979 37,9 4,6 14,8
NORVEGIA 1979 29,1 6,8 15,7
SINGAPORE 1982 38,1 9,8 22,1
SPAGNA 1990 39,6 6,4 18,3
SVEZIA 1979 81 4,8 23
SVIZZERA 1979 56,9 7,1 21,9
UK 1979 26,9 6 15,3
USA 1979 45,6 6,4 20,3
S&P500 1979 1979 44,2 6,6 21,4
S&P500 1881 1881 44,2 4,8 16,6
MSCI COUNTRIES 1979 91,5 4 21
ALL COUNTRIES 1979 91,5 4 20,1

NB: La voce “MSCI countries” contiene tutti i mercati tranne lo S&P500, “All Countries” invece lo contiene.

CONCLUSIONI

Da quest’ultima analisi è possibile vedere come periodi di CAPE elevati hanno nella quasi totalità dei casi portato a successivi periodi difficili dal punto di vista delle quotazioni, per il semplice fatto che “i valori” tendono sempre a tornare verso la media storica. Ora, questo può essere utile per sapere esattamente come si muoveranno i mercati? Assolutamente no!

Ma posso comunque utilizzarlo per 2 considerazioni importanti (le faccio nel caso specifico del mercato americano, attualmente con un CAPE DOPPIO rispetto alla media storica, perciò sopravvalutato):

  • Sapendo che esponendomi al mercato (americano in questo caso ma l’esempio vale per tutti) che al momento attuale risulta sopravvalutato, sarà opportuno OGGI PIU’ CHE IN ALTRI MOMENTI STORICI ADOTTARE UNA MAGGIORE DIVERSIFICAZIONE

 

  • Volendo entrare comunque nel mercato, poichè NON è possibile conoscere prima quando avverrà lo storno più violento, e quindi non volendo perdermi i profitti generati, potrò optare per una soluzione in modalità piano di accumulo, in modo che se da qui ad esempio a 3 anni dovesse verificarsi il famoso “mercato orso”, potrò incrementare i miei acquisti e beneficiare di prezzi più vantaggiosi

 

  • i valori del CAPE attuali andranno a comporre una parte degli elementi per un’analisi di mercato complessiva sui titoli in cui voglio investire (ad esempio insieme agli indicatori Macroeconomici, insieme ad altri multipli di bilancio, insieme alla valutazione dell’attuale situazione politica) per un’analisi più aprofondita

Ecco quindi che anche questo spunto ci potrà essere utile quando andremo a definire la nostra asset allocation relativamente al nostro portafoglio titoli.

Come sempre spero di essere stato utile (e pratico soprattutto) e vi auguro cari #Wallstreeters un buon weekend.

Alla prossima!

 

VALUTAZIONE TITOLI BANCARI: INDICATORI DA ANALIZZARE

Dopo il conto economico, cerchiamo di capire come funziona lo Stato patrimoniale di una Banca, e soprattutto quali sono le cose importanti su cui concentrarsi (lasciando perdere ciò che è superfluo).

Partiamo con il riassumere a grandi linee come funziona uno Stato patrimoniale di una Banca (dove ricordiamo il ragionamento è invertito, ovvero i depositi sono passività, mentre i finanziamenti che concede sono attività).

ATTIVO PASSIVO
investimenti (Titoli di Stato/altro) CAPITALE BANCA (AZIONI)
FONTI DI FINANZIAMENTO (OBBLIGAZIONI Senior/subordinate)
Finanziamenti a privati/aziende (prestiti-mutui ecc) FONTI DI FINANZIAMENTO (depositi/conti correnti)

Ecco l’illustrazione generale di come è suddiviso lo Stato patrimoniale. Mi soffermo un secondo su una questione che finisce spesso sui giornali, ma che la maggior parte degli investitori non riesce a comprendere, vediamo se riesco a spiegarvelo in 2 minuti.

L’affermazione è la seguente:

SE SALE LO SPREAD, I TITOLI AZIONARI DELLE PRINCIPALI BANCHE ITALIANE SCENDONO (SALE LO SPREAD QUINDI E SCENDE LA BORSA DI MILANO)

Dal bilancio possiamo vedere che investimenti come i titoli di Stato (la Banca “Monte dei Paschi ad esempio che acquista BTP) finiscono in bilancio nella parte dedicata alle attività. Quindi, (e qui sta la spiegazione) sappiamo che esiste una relazione inversa tra Prezzo e rendimento delle obbligazioni (a maggior ragione se a tasso fisso), di conseguenza il filo è il seguente:

Sale lo spread (che solitamente significa che salgono i rendimenti dei BTP). Se salgono i rendimenti dei BTP, scende il loro prezzo, che vuol dire in sostanza che scende il valore dell’investimento. Se scende il valore dei BTP, significa che se prima la Banca Monte Paschi aveva come attività 100 di BTP, adesso quegli stessi BTP varranno in bilancio 95 (per esempio). Il punto però è un altro (e qui come sempre andiamo “a fondo della questione”). Quando una banca (italiana in questo caso) chiede soldi, spesso si rivolge alla BCE (Banca Centrale Europea), che “a garanzia” di questo prestito concesso chiede ad esempio dei titoli come i BTP. Perciò se i BTP perdono valore, a fronte di un ammontare di prestito equivalente, le Banche dovranno fornire in garanzia più quantità di BTP (che valgono meno). Inoltre, essendo molte banche di fatto operanti su territorio italiano, un aumento del “costo” per lo Stato (+ interessi) quando chiederà soldi a prestito, si rifletterà inevitabilmente anche in un aumento di costo per le Banche (e più in generale per le aziende italiane) quando anche loro dovranno chiedere soldi al mercato.

Ora che spero di aver chiarito il legame “sale lo spread calano le azioni delle banche” andiamo avanti sul bilancio.

In particolare come detto nell’ultimo articolo, il bilancio della Banca ci aiuta a ricavarne la solidità, in base a degli indicatori (una sorta di equivalente dei multipli) che servono da confronto per valutare banche più o meno solide.

Prima di vedere quali sono, una precisazione importante: gli ATTIVI DELLA BANCA (quelli che nello Stato patrimoniale si trovano a sinistra, vedi sopra) non sono tutti valutati allo stesso modo, ma vengono “ponderati per il rischio”.

Faccio un esempio:

Una Banca ha 2 attività in bilancio:

  • 100.000 Euro: titoli di Stato
  • 100.000 Euro: finanziamento concesso all’azienda “XY”

I Titoli di Stato, essendo considerati MENO RISCHIOSI del prestito all’azienda “XY” hanno un fattore di ponderazione pari ad esempio a 0.5.

Il finanziamento concesso all’azienda invece, essendo considerato più rischioso, ha un fattore di ponderazione pari ad 1.

Quindi il Bilancio “ponderato” (quello giusto che dobbiamo guardare noi, le autorità di vigilanza, praticamente tutti quelli che “dovrebbero” definirsi investitori) risulta così aggiornato:

  • 50.000 Euro Titoli di Stato (100.000 X 0.5)
  • 100.000 Euro finanziamento concesso  all’azienda “XY” (100.000 X 1)

Quello che a prima vista può sembrare una cosa positiva (valutazione maggiore degli attivi rischiosi) in realtà non lo è, per un semplice motivo:

NEGLI INDICATORI DI SOLIDITA’ BANCARIA, CHE SOLITAMENTE SONO UNA FRAZIONE, E SONO ESPRESSI IN PERCENTUALE, GLI ATTIVI SONO A “DENOMINATORE” E VOI SAPETE DALLA QUINTA ELEMENTARE CHE IN UNA FRAZIONE, QUANTO MAGGIORE E’ IL DENOMINATORE, TANTO MINORE SARA’ IL RISULTATO 

Quindi avete già compreso un’altra importantissima verità, ovvero perchè le Banche in determinati periodi “chiudono i rubinetti”, il motivo è quello appena spiegato sopra:

dare più finanziamenti, a maggior ragione rischiosi, RIDUCE gli indicatori di solidità patrimoniale, con tutta una serie di conseguenze economiche, legali ed amministrative

Bene, quindi quali sono i principali indicatori per una Banca che dovete esaminare per capire quali stanno meglio di altre?

Vediamo l’elenco: nel prossimo articolo (oggi avete già il 90% in più delle informazioni dell’investitore medio) li andremo ad esaminare in dettaglio.

PS: INSERIAMO QUI INDICATORI SIA DI SOLIDITA’ CHE REDDITUALI CHE DI CREDITO, POICHE’ ANDREMO A METTERE INSIEME QUANTO APPRESO SIA LATO CONTO ECONOMICO CHE LATO STATO PATRIMONIALE.

  • CET1 RATIO
  • TOTAL CAPITAL RATIO (TCR)
  • LIQUIDITY COVERAGE RATIO
  • ROE (RETURN ON EQUITY)
  • EFFICIENCY RATIO
  • CREDITI DETERIORATI NETTI/TOTALE CREDITI NETTI
  • TASSO DI COPERTURA CREDITI DETERIORATI
  • SOFFERENZE NETTE/PATRIMONIO NETTO

A questi possiamo tranquillamente aggiungere un importante indicatore di rischio che molti di voi già conoscono, ovvero i CDS (Credit default Swap).

Alla prossima!

 

 

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Buona lettura